sed etiam. il prezzo del silenzio.  Storia dell'inferno che abbiamo vissuto.                                         

                                                                                                                                                                                          >torna indice sed etiam   

  di Alessandra Erici  
  * bellatrix-2002@libero.it  
 
1 diario in PDF
 
  ......  
  1984  
  ......  
 

Entrai all’ospedale nel febbraio del 1984 ; doveva essere il primo dei numerosi ricoveri che costellarono la mia vita di anoressica e quella della mia famiglia e dovevo abituarmici.
Ci entravo per settimane o per solo una notte, oppure semplicemente passavo dal Pronto Soccorso per un malore o qualche incidente correlato alla mia malattia.
Era un mezzo per tirare avanti, per darmi le forze fisiche ed i mezzi di sostentamento sotto forma di fleboclisi e medicinali per sopravvivere, altre volte fu l’illusione di poter uscire dalla malattia, altre ancora un mezzo per distruggermi la mente con disumani metodi di alimentazione coatta.
Non stavo bene da molto tempo, mi girava sempre la testa e continuavo ad essere magrissima, a mantenermi su livelli ponderali molto bassi con il rischio di scendere ancora.
La mia magrezza e lo stato dei miei nervi avevano finito per preoccupare il mio medico curante, che non si fidava più a tenermi a casa con soltanto il supporto della terapia psicologica, che peraltro si era quasi subito inefficace, o perlomeno non abbastanza efficace.
Non riuscivo a mangiare più ma seguitavo ad abbuffarmi e vomitare in continuazione, senza più potermi con¬trollare.
A volte, dopo ore di questa tortura, persino un bicchier d’acqua riusciva ad infastidirmi lo stomaco già irritato e rigettavo anche quello.
Mi trascinavo da una sedia all’altra, senza forze, e non avevo ancora riavuto le mestruazioni ; già da un anno ero amenorroica.
Continuavo però a lavorare nel pomeriggio in media 4—5 ore al giorno e faticando molto nel concludere la giornata ; quando rientravo, invariabilmente me ne andavo a letto senza più forze. Il ritmo di lavoro che sostenevo era davvero serrato e, nonostante fossi decisa a mantenere il mio impiego con tutte le forze, il mio fisico non era più in grado di reggere lo stress e lo sforzo mentale che il tutto ciò richiedeva.
Già due volte avevo sofferto di malesseri in ufficio ed ero riuscita, bene o male, a dissimularne gli effetti precipitandomi in bagno sotto il getto dell’acqua fredda ; stavo meglio, ma sapevo che pri¬ma o poi non l’avrei passata liscia e sarei crollata.
Mia madre mi martellò ben bene per cercare di persuadermi, e non dovette neppure darsi malto da fare. Ero sfinita ed avevo paura, non riuscivo più a controllare il mio corpo che stava lentamente cedendo. Dovetti parlarne in ufficio e la cosa non venne accolta con entusiasmo; c’era malto lavoro e non mi assicurarono affatto che, al mio rientro, avrei ritrovato il mio posto di lavoro.
Dovetti partire con questa incertezza nel cuore.
Il giorno del ricovero partii da casa con una richiesta urgente ed a digiuno per le analisi del sangue. Arrivammo - io e mia madre - all’Accettazione verso le 07.00 del mattino ed a mezzogiorno dovevo ancora avere un letto qualsiasi in un qualsiasi reparto.
Non sapevano dove ricoverarmi ; la parola “anoressia” bastava a scatenare uno specie di gioco a scarica barile. Nessuno mi voleva e le parole “aspetti in sala” oppure “ci vorrà ancora qualche minuto, ci scusi, si tratta di un problema amministrativo” mi erano già divenute familiari.
Dovetti subire una visita neurologica ed una generale. Non me ne fregava proprio niente. Mi sentivo talmente debole che mi sarei accasciata lì, sul pavimento dell’Accettazione.
Mentre stavo in sala d’aspetto dovevo avere un’apparenza cerea ; ogni tanto un’infermiera veniva a chiedermi se mi sentivo bene, se avevano bisogno di qualcosa.
In neurologia non ero un caso di loro competenza, in endocrinologia non sapevano cosa farmi. Alla fine, poco prima delle 13.00 mi scaricarono in Terza Medicina.
Ero sfinita, a digiuno dall’alba ed in preda alla disperazione ; prima ancora di mettermi a letto avevo già sviluppato la radicata convinzione che fosse tutto tempo perso.
Rapidamente, dopo le analisi del sangue, mi fecero ingoiare qualche cosa, non ricordo neanche più cosa, ma non riuscii a toccare cibo perché ero troppo stanca ed impaurita.

Non appena entrata in camera, l’avevo trovata già occupata da una strana ragazza, un personaggio che – quando l’avevo visto la prima volta – avevo trovato grottesco e stranamente familiare.
A forza di spaccarmi la testa per cercare di ricordare, rammentai di averla vista qualche ora prima giù in accettazione e di averla notata perché il suo strano abbigliamento e l’estrema magrezza del suo corpo scheletrico.
Si trovava in compagnia di un ragazzotto robusto e biondo molto giovane, e l’avevo notata mentre me ne stavo seduta in corridoio, quando si era alzata per andare a prendersi un caffè.
Era magrissima, il suo corpo era infagottato dentro un lungo ed aderente vestito di lana pesante marro¬ne scuro, che tuttavia non le aderiva affatto al corpo perchè riusciva ad essere troppo largo. Era un vestito grottesco, al di fuori da tutti i canoni della moda di quel periodo e le arrivava fin quasi alla caviglia.
Aveva peraltro caviglie sottilissime, quasi inesistenti, grandi quanto un mio polso - che pure era esile - i piedi erano malamente calzati in un paio di scarpe marroni troppo larghe anch’esse.
In testa portava un buffo cappellino a calotta, sempre marrone, con una veletta che scendeva a coprirle il volto.
Non era bella, aveva la classica faccia da luna, pallidissima, e il volto coperto da una fitta peluria scura sulle guance, vicino alle orecchie e sul collo, appena sotto il mento : irsutismo
I capelli erano neri e lisci, tagliati a caschetto, il viso scavato e sciupato da rughe profonde ai la¬ti della bocca, i denti poco sani, gli occhi sprofondati in un’espressione smarrita e tuttavia non benevola, di sfida quasi, lo sguardo non aveva età.
Ricordo che ore prima, mentre l’avevo osservata allontanarsi in corridoio all’Accettazione, ero rimasta sconcertata e un po’ sorpresa come succede quando si nota qualcosa di inconsueto ; quel personaggio dall’impressionante magrezza m’era sembrato grottesco a fianco del suo robusto accompagnatore, e mi ero vagamente chiesta che età potesse avere.
Poi, presa dalle mie stesse angosce e vicissitudini, me n’ero dimenticata ed ora me la ritrovavo nel letto accanto.
Iniziarono con il voltarmi e rivoltarmi nel letto, per prelevarmi sangue, per farmi elettrocardiogrammi, analisi delle urine, visite generali, pesi e misure, tutta la prassi ospedaliera.
Avevo dichiarato chiaramente il mio stato di anoressica ed ogni tanto un dottore o un’infermiera infilava la testa nella camera e gettava un’occhiata curiosa a me ed alla mia compagna di stanza.
Nella stanza pesava un silenzio di tomba ; mia madre mi aveva lasciata subito dopo essersi assicurata che fossi sistemata ed io me ne stavo sdraiata a letto sbirciando di sottecchi lo strano personaggio che avevo accanto e che continuava ad indaffararsi aprendo e chiudendo cassetti, leggendo due pagine di un libro che poi gettava via, aprendo e chiudendo l’armadio accanto al suo letto e rimanendo ostinatamente in silenzio… sembrava in preda ad un moto perpetuo, all’agitazione.
Desideravo scambiare qualche parola con lei ma non avevo il coraggio di iniziare la conversazione ; l’atteggiamento ostile della mia compagna di stanza mi intimoriva.
Mi diedi da fare anch’io per sistemare alla meglio la mia roba nell’armadio e nei cassetti e poi mi ri-misi a letto decisa, prima o poi, ad avviare una conversazione che potesse distrarmi dalla mia angoscia. Mi feci coraggio e le chiesi se fosse già stata visitata.
Mi rispose un no secco, senza guardarmi in faccia.
Il primo approccio non era molto incoraggiante e stavo pensando di lasciar perdere, ma dovevo pur fare qualco¬sa per passare il tempo.
Raccolsi il coraggio che mi rimaneva e le chiesi per che disturbo fosse stata ricoverata.
La sua brusca risposta mi paralizzò : “Non ho tempo da perdere io ! Ho un marito e un figlio cui badare e devo tornare a casa pri¬ma possibile."

Poiché era stata estremamente aggressiva e maleducata, decisi di non continuare quella difficoltosa conversazione.
Sarebbe stato difficile convivere 15 giorni in camera con quella tipa, ma non avevo scelta : da lì ormai non potevo scappare.
Il pomeriggio si trascinò lento ed interminabile e giunse finalmente l’ora di cena.
Avevo ordinato una cena frugalissima che mi arrivò, prevedibilmente, in razioni più abbondanti.
Io e la ragazza del mistero ci sedemmo a tavolino, una di fronte all’altra, e cominciammo a mangiare. C’era un silenzio che si tagliava con il coltello e mentre mangiavo svogliatamente e senza appetito, notavo che lei di fronte a me divorava la sua cena con una voracità e velocità impressionanti.
Ero appena a metà della mia minestra quando lei, finendo l’ultimo pezzo di frutta, cominciò a parlare.
Non sentì affatto la necessità di scusarsi per la sua maleducazione di qualche ora prima e cominciò a parlare del più e del meno come se io fossi stata una sua conoscente di lunga data.
Nel pomeriggio erano passati due medici a compilare le nostre cartelle ospedaliere e lei aveva ascoltato attentamente ogni mia parola, mentre dichiaravo di essere anoressica e parlavo del mio problema.
Dal canto suo lei aveva lamentato seri problemi gastrici che la tormentavano da mesi, che le causavano vomito e dolori di stomaco e la rendevano debole e svogliata, impedendole di occuparsi come avrebbe voluto della sua famiglia.
Io perlomeno le avevo creduto, tanto era stata convincente nelle sue balle, ma evidentemente i medici no ; non era la prima volta che si ricoverava.
Si chiamava Rosy, era sul metro e 50 e pesava 32 chili.
Il ragazzo biondo che avevo visto con lei giù in accettazione era suo marito ed avevano un bambino di sei mesi. Lavorava part—time in una ditta come ragioniera.
Si muoveva in continuazione ; finita la cena si alzò, armeggiò nel suo armadietto, tirò fuori un rotolo di carta igienica ed infilò la porta per andare nel bagno.
Io lasciai metà della mia minestra, non toccai pane nè carne e cominciai a rosicchiare la mela cruda che rimaneva. Riflettevo che forse avrei mangiato qualcos’altro più tardi.
Mi ero stravaccata sulla sedia e riflettevo su quella strana ragazza che, dopo avermi zittita in malo modo quando avevo cercato di fraternizzare, non aveva fatto altro che parlare per tutta la sera.
Arrivava persino ad essere logorroica in certi momenti e speravo che non le prendesse di notte. Io non avevo fatto domande : era stata lei che mi aveva fornito tutte le informazioni del caso, parlan¬do a mitraglia senza interruzioni.
Tornò dopo circa un quarto d’ora e si mise a letto dandomi la schiena ... la conversazione era evidentemente finita.
Andai a mia volta in bagno a lavarmi i denti e fare toilette per la notte e quando tornai mi risedetti al tavolino, pensando se non fosse meglio che finissi la minestra dato che mi sentivo debole, magari avrei potuto azzardarmi a mangiare anche un pezzo di carne, ma quando alzai i coperchi dei due piatti rimasi di sasso : erano vuoti !
Non c’era più traccia di minestra, né della carne ed anche il pane era sparito.
Li per lì non seppi cosa pensare ; l’infermiera che ritirava i vassoi dei pasti non era ancora passata, l’avevo vista in fondo al corridoio e cercavo di capire come avesse fatto la mia cena a prendere il volo.
Mi venne spontaneo guardare lei che stava a letto. Lei mi guardò a sua volta, diventò di brace e poi mi chiese con la più gran faccia tosta del mondo : “Non avevi finito di mangiare ? Ho pensato che non ne volevi più e ho mangiato io quello che restava”.
Ero senza parole e, in un primo tempo, avevo provato un senso di incredulità. Come poteva, una che non mi conosceva neanche, spolverare i resti di cibo del piatto in cui avevo mangiato io, un’estranea, che poteva anche avere malattie pestilenziali e contagiose o Dio sa cosa ?
Poi avevo cominciato ad incazzarmi ; non avevo praticamente mangiato durante la giornata e mi sentivo stanca ed esasperata, così che la mia reazione fu eccessivamente forte.
“Veramente io mangio come e quando ne ho voglia ! Avevo lasciato lì la mia roba perché pensavo di mangiare dopo ! Come hai potuto sentire ho pro¬blemi di stomaco e devo mangiare piano. Adesso mi dici come faccio, visto che non ho mangiato niente per tutto il giorno e che qui non mi riportano più niente ?”

E lei, confusa e mortificata, rispose “Scusa, pensavo che avessi finito…”
Presi i coperchi e li sbattei malamente sui piatti, quindi scesi a prendermi un caffè alla macchinet¬ta del bar, poi ritornai in camera sempre di pessimo umore e mi misi a letto aspettando la visita dei miei genitori.
Quella sera non ci parlammo più.
quando fu ora di andare a letto mi tirai le coperte fin sopra le orecchie e le girai la schiena mentre lei leggeva il suo solito libro : la luce rimase accesa fino alle tre di notte.
Nei due giorni che seguirono non ci parlammo molto … imparai a mangiare subito quello che mi serviva per vivere per paura che si ripetesse la storia del primo giorno, non solo, ma controllavo sempre se mancava qualcosa fra le mie cose.
Non mi fidavo, non avevo più intenzione di stabilire un rapporto qualsiasi con quella ragazza ; il mio istinto percepiva qualcosa di strano in Rosy.
Ad esempio quando riceveva ad esempio la visita dei suoi familiari o di suo marito, gli incontri si svolgevano sempre in un clima di estrema tensione, o quando dopo aver mangiato a quattro palmenti si chiudeva nel bagno con il suo inseparabile rotolo di carta igienica, per riapparire dopo un bel po’ di tempo, oppure quando, dopo aver parlato a ruota tutta la mattina, si chiudeva in un mutismo ostinato e rifiutava il dialogo.
Dopo vari sforzi per capirla, per fraternizzare con lei, avevo deciso che non ne valeva la pena per una permanenza che sarebbe durata soltanto 15 giorni ; in seguito avevo conosciuto una ragazza giovane, di 16 anni, degente nella camerata accanto alla mia, con la quale avevo subito fatto amicizia.
Solo quando mi prendevano le mie di crisi preferivo restare sola e in silenzio e mi occupavo dei fatti miei, evitando per qualche ora le altre persone, ma non mi capitava spesso.
Ormai rimanevo pochissima tempo nella mia camera, andavo sempre da Katia, la ragazza che avevo conosciuto, dove trascorrevo il tempo allegramente a chiacchierare e ridere.
A lei non avevo detto di cosa soffrivo e dovevo ogni volta lottare non poco per convincerla che non mi piacevano affatto sfogliatine e caramelle che si ostinava a volermi offrire di continuo.
Ogni tanto riusciva a farmene ingoiare qualcuna, ma tiravo sempre fuori il pretesto che mi facevano male ai denti.
Dopo qualche giorno avevamo anche ottenuto il permesso di mangiare insieme e questo per me era di gran lunga più rilassante perché non ero sottoposta allo stress dei pasti con Rosy.
I pasti erano un supplizio per me, poiché dovevo mangiare poco e farlo molto lentamente. Soppesavo ogni boccone di cui mi nutrivo, lo sentivo quasi un nemico, mentre Rosy di fronte a me divorava il suo pranzo in cinque minuti e poi mi contava i bocconi con la speranza che rimanesse qualcosa per lei.
Stavo in camera soltanto per le flebo e le visite dei medici .. la sera cercavo di rientrare il più tardi possibile e non era neanche malto difficile, perché stavo bene con Katia.
Quando rientravo mi mettevo a letto e giravo la schiena a Rosy, che leggeva fino a tarda ora. A volte erano le quattro del mattino quando spegneva la luce e per forza di cose non riuscivo a riposare molto ; l’avrei strozzata.
Un giorno però, il quarto giorno della mia permanenza in ospedale credo, le cose cambiarono improvvisamente tra me e Rosy. Ricordo che Katia doveva rimanere fuori stanza per tutto il giorno, perché aveva in programma una T. A. C. che doveva fare in un ospedale vicino, dato che il nostro era ancora sprovvisto di que¬sta apparecchiatura.
Avevo passato la mattinata vagando per i reparti ; andavo spesso in maternità a vedere i neonati. Stavo lì anche delle ore davanti al vetro, aspettando che si svegliassero e si muovessero ; per me era l’affascinante mistero della vita appena sbocciata.
Ogni tanto sgattaiolavo in terrazzo ; se non faceva troppo freddo ne approfittavo anche per fumare una sigaretta e guardare in lontananza il mondo che continuava a vivere, anche se io ero richiusa lì dentro. In quei momenti facevo delle strane riflessioni. Mi chiedevo se valesse la pena lambiccarsi tanto il cervello come stavo facendo io… ero lì prigioniera di quattro mura mentre il mondo continuava la sua vita anche senza di me. Che io ci fossi o non ci fossi le cose non sarebbero cambiate.
Se me ne fossi andata improvvisamente, se fossi morta – e sarebbe successo presto se non guarivo - certo la mia famiglia, i miei genitori avrebbero provato un grande dolore, forse mia madre avrebbe creduto di non poter più vivere, ma poi lentamente il tempo avrebbe guarito le ferite.
Qualche mia amica forse avrebbe pianto per qualche giorno, poi avrebbe dimenticato anche lei.
Il mio ricordo sarebbe sbiadito ogni giorno di più e sarei stata soltanto un dolore lontano, da tirar fuori a Natale, a Pasqua o il giorno dei Morti, quando si va in cimitero a trovare una tomba. Chissà se ne valeva la pena.
Ero rientrata in camera per mangiare, avevo mangiato poco e mi sentivo stanca. Non avevo più voglia di vagabondare per i reparti e mi ero messa a letto con un libro.
C’era un silenzio di tomba nella stanza … anche Rosy seguitava a leggere ed era concentrata sul suo libro. Ci fu un istante in cui alzai la testa e la colsi intenta a fissare fuori un punto lontano, oltre la finestra ; quando si girò verso di me aveva gli occhi pieni di lacrime.
“Io sono come te … “ mi disse.
“In che senso scusa ?“ Ero sempre pronta al dialogo con lei, ma non osavo più fare il prima passo.
“Sono anoressica … esattamente come te. L’avrai capito da un pezzo, vero ?”
Cominciò a piangere in silenzio ed io - forse facile a commuovermi, forse fragile per la nostra comune situazione – quando la vidi piangere, proprio lei che arrivava ad insultare le infermiere se le facevano male infilandole l’ago della flebo, fui letteralmente sconvolta.
Mi avvicinai con circospezione al suo letto e mi ci sedetti : parlammo per tutto il pomeriggio e Rosy pianse molto mentre mi raccontava la sua vita degli ultimi 8 anni.
Aveva iniziato a rifiutare il cibo con l’obiettivo di dimagrire anche lei giovanissima, a 16 anni, ed si era fissata con le diete e le altre cazzate.
Per un certo periodo era andata bene, era dimagrita, si sentiva in forma, era riuscita a terminare gli studi ed a trovare un lavoro come ragioniera in una piccola ditta.
Ma era sempre molto sola, non aveva amici né fidanzati, ed aveva molti problemi con la sua famiglia.
La madre era — e l’avevo notato anch’io — molto assillante. Pretendeva di farle fare tutto ciò che rite¬neva giusto ed aveva una particolare predilezione per la sorella minore di Rosy, la quale “non faceva mai niente di sbagliato ed era l’orgoglio della famiglia”.
Tutto il contrario di lei, Rosy.
Verso i 20 anni era divenuta bulimica. Aveva cominciato a mangiare in maniera impressionante, proprio come facevo io, ma il suo declino era stato molto più spettacolare. Già era piccola e minuta ed il dimagrimento l’aveva portata ad un peso di 32 chili che la rendeva impressionante a vedersi.
Io continuavo ad avere davanti agli occhi la sua figura grottesca come l’avevo veduta la prima volta nel corridoio del Pronto Soccorso.
Fino ai 26 anni aveva fatto quella vita ; abbuffate impressionanti e vomiti sfibranti, andava per negozi ad acquistare cibo esattamente come facevo io, rubava soldi in ufficio, cosa che le creava un’ansia con¬tinua dato il continuo timore di essere scoperta, rubava ai suoi, qualunque mezzo era giustificato per procurarsi di che mantenere il suo vizio.
Sì faceva fuori fortune in denaro per il cibo. A me questo parve incredibile ; non sapevo ancora che molto più tardi ci sarei arrivata anch’io.
Io mi limitavo a 30-50.000 lire ogni tanto, non lavoravo ancora regolarmente … lei spendeva a volte anche 300-400.000 lire al giorno.
Poi, una sera aveva incontrato in discoteca un ragazzo molto più giovare di lei e che le piaceva.
All’epoca lei aveva 26 anni, lui 21. Avevano cominciato a frequentarsi e, sebbene lui non fosse molto convinto, lei lo aveva stressato fino a quando era rimasta incinta ed avevano dovuto sposarsi per “riparare” come aveva preteso la madre di Rosy.
La cosa ai suoi da un lato aveva fatto piacere, perché Rosy si sistemava e forse un marito ed un figlio la avrebbero spinta a guarire.
Dall’altro però li angustiava il fatto che si sposassero pieni di debiti fino agli occhi, che lei portasse avanti la gravidanza continuando a fare la solita vita di bulimica, il che era rischioso per la sua salute fisica, per il bambino e per il suo rapporto con il neo—marito.
Questi aveva l’aspetto di una persona molto buona, paziente, che era al corrente — ovviamente — del la sua malattia e spe¬rava di aiutarla a guarire anche se le premesse non erano invitanti.

Si erano sposati in fretta e furia ed erano andati ad abitare in un piccolo appartamento sopra quello della famiglia di Rosy. Forse tutto il guaio stava proprio lì : quel cordone ombelicale non poteva proprio essere reciso.
Questo fatto autorizzava sua madre ad entrare in casa a suo piacimento con la scusa di vedere come stava la figlia incinta, ma soprattutto — a detta di Rosy — per controllare il frigorifero, che era perennemente vuoto.
Rosy iniziava alle 4 del pomeriggio a cucinare la cena per suo marito ; alle 7, quando lui rientrava dal lavoro, della cena non rimaneva traccia.
Lei aveva mangiato la sua cena ed anche quella di suo marito ; troppo volte il poveretto era costretto a scendere dalla suocera per rimediare un pasto decente.
Il bambìno, nonostante Rosy non si fosse data pena di operare cambiamenti nella sua vita e nelle sue abitudini per il fatto dì essere incinta, nacque prematuro solo di un mese e mezzo.
Mi raccontò che era riuscita ad aumentare solo di 4—5 chili e non aveva moltissima pancia. Quando le erano iniziate le doglie, che stranamente non erano proprio doglie ma un “senso di fastidio” come lo aveva chiamato lei, era andata all’ospedale dì volata, ma dopo neanche un’ora il dolore era cessato ed il bambino non riusciva a nascere.
Però la dilatazione era già iniziata e mi raccontò che due medici ed un’infermiera l’avevano aiutata a partorire con farmaci ed infine premendole il ventre e fa¬cendole uscire il bambino che era stato immediatamente messo in incubatrice, dove era rimasto parecchio tempo. Rosy mi diceva sempre che non aveva provato alcun dolore per partorire.
Era strano il suo atteggiamento verso il bambino : sembrava che lo odiasse e lo amasse allo stesso tempo. Lo amava poco e male perché il suo istinto di madre entrava in conflitto con la sua malattia. Occuparsi del bambino comportava un impegno costante che le portava via tempo prezioso ; così dopo qualche tempo cominciò a trascurarlo.
Non gli cambiava i pannolini, sì occupava poco della sua pulizia e soprattutto lo nutriva in modo irregola¬re non avendo – ovviamente – di che allattarlo al seno.
Aveva dovuto ricorrere all’allattamento artificiale, ma come lei stessa diceva sì trattava di una cosa tanto complicata e lunga che spesso gli faceva saltare i pasti ed il bambino piangeva in continuazione.
Così era la madre che, sentendolo piangere, saliva a casa di Rosy e se ne occupava.
Alla prima visita pediatrica, il medico aveva trovato il neonato denutrito e debole ed aveva prescrit¬to una cura costosa che lei, per qualche giorno, aveva tenuta nascosta al marito.
Se spendeva i soldi per l’acquisto dei medicinali infatti, non le sarebbe rimasto molto per comprare il cibo dì cui aveva bisogno durante la giornata ; infatti, avendo lasciato il lavoro per la gravidanza, disponeva di molto tempo libero che dedicava, ovviamente, alle abbuffate.
Poi però era accaduto qualcosa che aveva scombinato i piani di Rosy. Sua madre, insospettita dallo strano atteggiamento della figlia, aveva telefonato al pediatra con una scusa, l’inganno era venuto alla luce ed era scoppiato il finimondo. Sua madre, d’accordo con il genero, aveva requisito il figlio di Rosy, decidendo di occuparsene direttamente fino a quando sua figlia non fosse stata in grado di farlo da sola.
Ma, perlomeno fino a quel momento, Rosy non era stata ancora in grado di provvedere direttamente alla cura di suo figlio.
Il bambino comportava per Rosy delle responsabilità, dei doveri che lei si ostinava a rifiutare, preferendo scaricare tutto sulla madre e sul marito.
Se avesse accettato le sue incombenze, la sua responsabilità di adulta, sarebbe cresciuta, avrebbe smesso di essere la figlia maltrattata da sua madre, ne avrebbe perduto l’appoggio ed il soccorso costante, e lei non era ancora pronta per crescere ed essere adulta. Un po’ come me.
Le cose con il marito, frattanto, andavano sempre peggio.
Il fatto di non trovare mai nulla di commestibile in casa iniziava a mandarlo fuori dei gangheri, soprattut¬to dopo una giornata di lavoro, quando rientrava stanco ed affamato.
Inoltre spesso il letto non era neppure rifatto, i piatti della giornata e del giorno prima erano ancora nell’acquaio, il bucato era da fare, e suo figlio non era mai in casa ma sempre dalla suocera. Perciò lui e Rosy litigavano sempre più spesso, ne uscivano scenate violente e la suocera, sentendo le urla, doveva spesso salire a dividerli.
Insomma, questa madre era sempre di mezzo, costantemente presente.

E l’unica intesa tra lei ed il marito, mi raccontava Rosy, era quella sessuale.
Stando alle sue parole a volte facevano l’amore per 5-6 volte di fila in una sera e a me, ovviamente, la cosa pareva improbabile e non solo a causa del suo aspetto scheletrito.
Infine Rosy aveva deciso di ricoverarsi per l’ennesima volta, l’ultima di una serie di tentativi andati a vuoto, di cui uno immediatamente prima del matrimonio, per cercare di fare qualcosa di positivo per la sua vita individuale e, soprattutto, coniugale, visto che le cose peggioravano sempre più.
Tuttavia, mi disse, sapeva già che sarebbe stato tutto inutile.
“E allora — le chiesi io — perché lo fai ?“
“Perché mi hanno convinta tutti, soprattutto mia madre e persino mia suocera … dicevano che non sarei stata in grado di occuparmi del bambino, che lo avrei fatto deperire e crescere male.
Imparai a conoscerla durante quel pomeriggio ; era certo una persona molto infelice ma anche estremamente egoi¬sta ; mi rendevo conto, ascoltandola, che non aveva spazio per nessuno all’infuori di sé. Tuttavia pensavo a quante sofferenze doveva avere sopportato per diventare così com’era, chiusa in sé stessa, coriacea, spietata a volte.
Io non ero ancora a quel livello di spersonalizzazione ... si, ricordo che nelle mie riflessioni pensai proprio a questo termine per definire il suo modo di essere ; non mi sembrava avere un suo carattere, una sua personalità, avevo come l’impressione che dentro di lei, nel suo cuore, nella sua testa ci fosse il nulla.
Mi sentivo lontana anni luce da lei ... eppure in qualche modo ritenevo probabile il fatto che potessi, un giorno, diventare come lei. E questo ovviamente mi faceva paura.
A partire da quel giorno Rosy cambiò il suo atteggiamento nei miei confronti ; da quel momento iniziammo a parlare molto e non era più un discorso a senso unico, cioé soltanto mio.
Mi rendevo conto di quanto bisogno avesse lei di essere ascoltata, di scambiare opinioni, di parlare liberamente di sé stessa e di quello che provava senza essere giudicata.
Prese anche l’abitudine di accompagnarmi nella stanza di Katia ; dapprima non fu una situazione molto facile da sostenere... Rosy era diffidente, selettiva. Katia era giovane e fiduciosa, non si aspettava mai nulla di male dal prossimo. Mi accadeva di trovarmi nel mezzo ad arbitrare una conversazione spesso impacciata.
Infine con un po’ di pazienza riuscimmo ad intenderci e, benché gli interessi ed il mondo di Rosy fossero tanto diversi dai nostri, passavamo interi pomeriggi a ridacchiare e parlare di un sacco di cose ... non ave¬vo mai visto un sorriso prima di allora sul volto perennemente scuro ed imbronciato di quella strana donna bulimica.
Rosy cambiò atteggiamento anche nei confronti delle altre persone, dei medici, delle infermiere ; era divenuta più pa¬ziente e malleabile ; tutti avevano notato quel cambiamento e lo attribuivano alla sana compagnia di noi due ragazze.
Persino la sua famiglia era al settimo cielo ed ero divenuta oggetto dei loro complimenti e ringraziamenti che mi sconcertavano e non pensavo di meritare. Difatti, non avevo fatto altro che “ascoltare” una persona.
Tuttavia, vivendo presso di Rosy tutto il giorno, sapevo anche che la situazione non era così rosea come appariva da fuori ; aveva momenti in cui cambiava repentinamente umore ed avevo imparato a prevederli e riconoscerli.
Dorante i nostri pranzi ad esempio, Rosy era loquacissima ; sembrava che volesse distrarmi perché non facessi caso a tutto quello che ingoiava. Era spesso in giro nei dintorni del bar ; comprava brioches, patatine, tutto quello che poteva trovare e si abbuffava in continuazione.
Era sempre senza soldi.
Diventava ancora improvvisamente silenziosa e scostante in quei momenti ... sapevo che non dovevo avvicinarla per nessun motivo perché mi avrebbe respinta - magari in modo più educato adesso - dato che l’avrei distolta da qualcosa che era determinata a fare a tutti i costi, cui non avrebbe rinunciato mai.
C’erano anche momenti in cui, durante le nostre ormai frequenti conversazioni, la vedevo a poco a poco estraniarsi. Rispondeva distratta, a monosillabi, si sforzava di ascoltare... finché improvvisamente inven¬tava una scusa e scappava. Dove scappasse, era facile immaginarlo.
Avevo capito già da un pezzo che non dovevo fare commenti e non ne feci mai ; ogni volta che tornava mi sforzavo dì apparire naturale con lei come se non fosse successo niente.

Anche se mi aveva parlato del suo problema, dei suoi comportamenti, pensavo che Rosy continuasse a negarli a sé stessa ed agli altri proprio perché si comportava in questo modo.
Il non parlarne, il fatto che non sentisse il bisogno di spiegare, dopo che in fondo mi aveva spiegato tutto, mi sembrava che significasse “prendo in giro te come ho preso in giro gli altri”.
E non capiva di ingannare soltanto sé stessa.
Dal canto mio avevo iniziato a notare questi comportamenti anche in me stessa ; era come se mi portassi dentro due persone diverse.
Notavo soprattutto che più il tempo passava più la parte malata di me prevaleva su quella sana prendendosene lo spazio vitale, soffocandola.
In Ospedale mangiavo poco e non vomitavo più, ma mi sentivo perennemente come se mi mancasse qualcosa di enorme ; avevo la sensazione di un grande vuoto nella mia vita e sapevo che derivava dal fatto che non potevo più abbuffarmi.
In quei momenti scappavo da Katia e cercavo di distrarmi, ma non era facile. Mi sentivo angosciata e nervosa, e questo per molte ragioni differenti.
Ad esempio perché vivevo tutto il giorno, anche se non volevo ammetterlo, aspettando l’ora di colazione, di pranzo e cena e questo non serviva a niente, perché quando arrivava quell’ora non potevo abbuffarmi come avrei voluto. Per me i pasti erano divenuti una guerra. Fissavo il piatto silenziosamente cercando di resistere a quel dannato im¬pulso che mi avrebbe imposto di ingoiare tutto e mangiavo solo quello che potevo tenere nello stomaco rima¬nendo relativamente tranquilla.
Eppure tranquilla non ero mai poiché tutta la situazione mi faceva sentire orribilmente frustrata, defraudata di qualcosa di vitale per me.
Soffrivo anche per dovermene stare rinchiusa in quell’orrendo reparto, dove ogni avvenimento era invariabilmente scandito da orari, da riti ogni giorno sempre uguali : medicine, temperatura, flebo, colazione, pranzo, cena, visite dei medici e dei familiari, riposo.
Un posto dove la gente soffriva, moriva, o guariva nella maggior parte dei casi, cosicché c’era sempre qualcuno che tornava a casa e non era mai il mio turno, mi sembrava che fossero passati mesi dal primo giorno, e restavo lì consapevole che non potevano farmi niente, assolutamente niente di concreto.
Difatti la situazione era sempre uguale : niente era cambiato, tutto era come sospeso, in attesa di riprendere quando tutto quel tormento fosse finito. Lo sapevo, e vivevo ogni giorno in attesa di quel momento.
Nel reparto non eravamo considerate alla stessa stregua degli altri pazienti. Alcuni medici, alcune infer¬miere si sforzavano di capire la nostra situazione, magari ci compativano o ci riempivano di buoni consigli, un piccolo aiu¬to dicevano loro ; più spesso ci biasimavano ed esprimevano apertamente la loro disapprovazione.
Eravamo per tutti delle testarde incoscienti che avevano deciso di rovinarsi l’esistenza e la salute con delle stupidaggini inutili… ci consideravano una perdita di tempo e, come a volte ci fu detto, di denaro dei contribuenti.
Non mi meraviglio di questo ; quello non era il nostro posto, le persone che ci curavano non erano quelle giuste. Non ho mai creduto molto nel ricovero ospedaliero come soluzione risolutiva di un disturbo come l’anoressia men¬tale ; per quanto mi riguarda, ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle che si tratta quasi sempre di un’esperien¬za disastrosa, coercitiva, e che spesso indurisce il sintomo quando non riesce addirittura a peggiorarlo. Per me in ogni caso, fu così.
L’unica cosa che ci fecero in quelle due settimane, fu quella di somministrarci quella che loro chiamavano “la cura degli angeli” : tre fleboclisi al giorno, tanto che alla fine sia io che Rosy avevamo le braccia crivellate dai buchi.
Lasciavo che mi facessero tutto quello che volevano ; non mi fidavo certo, ma non me ne fregava niente. Mi premeva soltanto ritornare a casa e ricominciare ... non mi era chiaro niente in quel periodo, ma di questo ero assolutamente sicura. Perciò, seppure in maniera diversa da Rosy, mi stavo ingannando anch’io. Nessuno mi spiegava niente, nessuno era in grado di dirmi perché sentivo dentro quell’angoscia martellante, ossessiva, ogni volta che mi trovavo davanti ad un piatto e perché il pensiero del cibo mi tormentasse a tal pun¬to.
Soffrivo per quella mancanza di aiuto. Qualche volta esternavo momenti di ribellione violenta che non facevano parte della mia indole, ma ero esasperata da quella reclusione.
Un giorno mi accadde di perdere le staffe e mi guadagnai l’ammirazione incondizionata di Rosy.

Un paio di volte a settimana, il primario passava in visita accompagnato da alcuni giovani tirocinanti, uomini e donne.
Alcuni di essi ormai li conoscevo di vista per averli già incontrati e mi facevano sorridere perché si davano arie da luminari della medicina : erano buffissimi a vedersi.
Capitava che alcuni di loro, mentre il primario illustrava il mio caso, dessero un’occhiata alla mia cartella clinica, capitava anche che commentassero il mio scarso peso tra di loro, magari neanche preoccupandosi di parlare a bassa voce.
La cosa mi lasciava del tutto indifferente, non me ne fregava niente di tutti quei pagliacci che mi trat¬tavano come se fossi un animale da circo.
Da Rosy a volte si fermavano più a lungo che da me ; le sue condizioni fisiche erano piuttosto preoccupanti.
Eppure lei continuava a rimanere attivissima, malata di un’inquietudine che la costringeva ad un moto perpetuo, sempre in giro per i corridoi ed i sotterranei dell’ospedale, per i bagni e le camerate, e non sembrava dare segni dì malesseri o disagi fisici come accadeva a me.
Quasi certamente era più abile di me nel mascherarli.
Quel giorno il primario accompagnato dai soliti tirocinanti si era fermato nella nostra camera per la visita consueta.
Una delle tirocinanti, forse intendendo guadagnarsi l’approvazione del primario con quel commento poco opportuno, se ne era uscì con una frase che mi fece andare fuori dei gangheri.
“Altro che diete ! Fame ci vorrebbe a queste due !”
Il suo intervento cadde nel silenzio generale ; nessuno rispose, ma io ero furibonda.
In quel momento avrei fatto qualunque cosa per uscire da lì, anche se questo avesse dovuto significare farmi buttare fuori a calci. Quando partii in quarta, probabilmente non mi stavo neppure rendendo conto di ciò che stavo per fare.
Buttai per terra il libro che stavo leggendo e mi misi in ginocchio sul letto, fissandola dritta negli occhi :
“Tu non hai proprio capito niente, non ci arrivi e non ci arriverai mai e allora è meglio che cambi mestiere. Nessuno ha chiesto la tua opinione, perciò te la puoi anche tenere … e se non ti interessa occuparti di noi, morte di fame, puoi uscire di qui quando ti fa comodo !”
Il primario strabuzzò gli occhi, la ragazza divenne rossa come un peperone e probabilmente stava per rispondermi a tono, ma il primario la fermò alzando una mano.
Io mi ero ributtata sul letto ed avevo paura di quello che avevo fatto … ero come improvvisamente uscita di senno per poi bruscamente rientrare e rendermi conto delle possibili conseguenze.
Ma il primario mi si avvicinò, allungò una mano ed io istintivamente mi ritrassi, quasi pensando che volesse schiaffeggiarmi ... in effetti era quello che mi aspettavo.
Invece mi accarezzò una guancia e mi disse :
“Adesso rimettiti tranquilla a letto eh ?“
Senza dire più una parola mi risistemai nell’identica posizione di prima ed il corteo proseguì nelle altre camerate.
L’ira mi era sbollita e mi rendevo conto a poco a poco di ciò che avevo fatto ; non era da me, non ero tipo da colpi di testa simili, anzi il mio atteggiamento era sempre stato dimesso, accondiscendente ; non vole¬vo mettermi in evidenza, né tantomeno pormi in cattiva luce, e sapevo che se il primario non avesse capito che cosa mi aveva spinta a reagire, si sarebbe semplicemente disinteressato di me, dimettendomi.
Io che costantemente cercavo l’approvazione degli altri, avevo osato fare qualcosa che me li metteva nettamente contro ; eppure capii che la ragazza che era venuta alla luce in quei pochi istanti era quella vera : mi avevano provocata, offesa, ed avevo reagito.
Il disprezzo che avevo percepito nel tono e nelle parole della ragazza mi aveva fatta andare fuori di testa. E adesso, e questo mi faceva arrabbiare ancora di più, mi sentivo in colpa, sentivo il bisogno di scusarmi, di fare ammenda, non ero convinta che quello che avevo fatto fosse giusto.

Mi sono chiesta spesso se non fosse stata l’influenza di Rosy a farmi reagire in quel modo ; atteggiamenti come quello che avevo avuto quella mattina lei li aveva costantemente con le infermiere, con i suoi familiari, con i medici un po’ meno, ma li aveva.
Penso che se ne avessi avuta la possibilità sarei andata difilato a scusarmi, ritrattando tutto ciò che avevo esternato a prezzo di enorme fatica, ma che almeno per una volta era venuto fuori.
Fu un bene che quella possibilità non la ebbi, perciò non mi scusai e mi tenni i miei sensi di colpa e le mie assurde paure che, considerato ciò che successe dopo, erano immotivate.
Rosy ebbe un mezzo sorrisetto sornione e divenni la sua eroina.
La tirocinante non si fece più vedere nella nostra camera e, del resto, io ci rimasi soltanto altri tre giorni.
Il primario, fortunatamente, aveva capito. Oltreché medico, era anche un buon ascoltatore ed imparai a fidarmi di lui quando capii che non lo interessava soltanto la mia salute ma anche ciò che mi passava per la testa.
Era un uomo tranquillo, sui sessant’anni, un po’ calvo e con due grandi occhi azzurri che ispiravano fiducia : gli occhi chiari sono sempre stati il mio debole.
In un primo tempo mi incuteva timore ; durante il mio soggiorno nel suo reparto mi convocò due o tre volte nel suo studio e mi fece una quantità di domande sulla mia vita, su ciò che pensavo, sulle ragioni che mi spingevano a comportarmi in un certo modo, su ciò che intendevo raggiungere dimagrendo ulteriormente.
Parlavamo a lungo e non mi criticava mai; mi esponeva il punto di vista medico, i danni che alla lunga avrei potuto causare al mio organismo, le possibili soluzioni al disturbo di cui soffrivo.
Non mi risulta che lo fece mai con Rosy, ma del resto non era la prima volta che la curava nel suo reparto e, a giudicare dalle apparenze, non aveva ottenuto successi.
Uscivo da quell’ambulatorio con la consapevolezza che non tutti i medici mi condannavano senza appello ma c’era anche qualcuno disposto ad ascoltarmi, e questo mi dava fiducia per continuare ... per arrivare dove, non lo sapevo nemmeno io.
Fui dimessa dopo due settimane di degenza ; non avevo risolto assolutamente nulla, a parte il fatto che non avevo vomitato neppure una volta durante la mia permanenza, ma nemmeno ero aumentata di un grammo.
La speranza di tutti era che da quel periodo dì cura e “riflessione” potessi trarre ragioni e forza fisica per continuare da sola una volta tornata a casa.
Ma una volta a casa non mi sentii granché meglio: sapevo che non era cambiato assolutamente nulla. L‘ossessione era sempre lì presente ed inoltre avevo paura ; ero l’oggetto degli sguardi indagatori di tutta la famiglia, mi spiavano, mi tenevano d’occhio aspettando di scorgere un segnale che rivelasse loro che avevo “ricominciato”.
Si può capire in quale stato d’animo mi trovassi : ero tesa, nervosissima, e perdetti rapidamente un chilo in tre giorni.
Di vita sociale fuori casa non se ne parlava : alcune delle mie amiche avevano telefonato per sentire come stavo, poi più niente.
Di nuovo mi sentivo abbandonata da tutti, quello strano, assurdo senso di abbandono che mi rovinava la vita, eppure avevo tutta la mia famiglia attorno a me, ansiosa di sorreggermi, aiutarmi.
Non uscivo mai di casa e, manco a dirlo, visto che abbuffarmi non potevo perché sarebbero scoppiate liti in famiglia, avevo riadottato il mio regime da fame : verdura scondita, mozzarella, latte.
Caffè e sigarette a montagne.

Avevo anche chiamato in ufficio per sapere se potevo rientrare al lavoro e mi ero sentita rispondere in maniera evasiva e poco incoraggiante ; mi fecero velatamente capire che c’era un’altra persona a sostituirmi e che avrei dovuto aspettare due settimane prima di avere una risposta.
Capivo da me che stavano valutando la possibilità di tenere quest’altra ragazza al mio posto, forse era più brava, più veloce, più tutto ; gli altri erano sempre migliori di me, più in gamba, io mi mettevo sem¬pre in coda ed all ‘ultima posto maledicendo la mia sfortuna.
Mi avrebbero chiamato loro per dirmi se potevo tornare o meno al mio posto di lavoro.
Precipitai nella disperazione più nera ; si stava spezzando anche l’ultimo collegamento che avevo con un’esistenza “normale”, cioè vivere ed avere un lavoro, guadagnare soldi, essere indipendente, fare progetti.
Ed io non lottavo mai, mi accasciavo e stavo lì, aspettando la prossima botta in testa, sicura e convinta che sarebbe inevitabilmente arrivata, e ciò che era più sconcertante era che non pensavo mai, neanche per un momento, che sarebbe bastato che imparassi a tirare fuori le energie per lottare ed avrei smosso montagne, invece che convogliarle sempre al mio interno per autodistruggermi.
Non sapevo come avrei reagito se avessi perduto anche quel misero lavoro part—time che svolgevo a fatica ed i miei avessero di nuovo dovuto mantenermi ; mio padre avrebbe avuto di nuovo ragione sul fatto che ero una buona a nulla che non avrebbe mai combinato niente di buono nella vita.
Eppure, ciò che mi angosciava dì più era perdere quella fonte di scarso guadagno che mi permetteva di pro¬curarmi da sola il cibo di cui avevo bisogno per la mia ossessione.
Il mio unico pensiero, durante quelle due settimane di attesa snervante, fu solo questo.
Come avrei reagito se avessi perso il lavoro ? Non lo sapevo e non stetti neanche lì a chiedermelo.
Conoscevo solo un modo per rispondere a tutte le mie domande : ricominciai ad abbuffarmi ed a vomitare.
Molte persone venivano a trovarmi durante i primi giorni successivi al mio ritorno a casa : parenti, vicini di casa, amici di famiglia … tutti mi chiedevano come stavo, come mi sentivo. Rispondevo invariabilmente “bene” perché tutto finisse alla svelta, anche se il mio aspetto generale mi smentiva.
Se avessi risposto che non stavo bene avrei dovuto spiegarne il motivo... e quello, in realtà, non lo conoscevo neppure io.
Soffrivo di due tipi di male : quello fisico e quello morale.
Da quest’ultimo non avevo scampo, ero in trappola ogni giorno e non c’erano medicine in grado di calmarlo, di lenirlo, tranne qualche sonnifero che prendevo dopo aver passato due o tre notti insonni.
Il male fisico era sempre quello : vertigini, forti emicranie, dolori allo stomaco, intorpidimenti degli arti.
Mi alzavo sempre la mattina come se dovessi prepararmi a combattere una battaglia e mi sentivo sconfitta in partenza. Non valeva nemmeno la pena di lottare e non avrei saputo da che parte cominciare.
Mi prendeva continuamente l’angoscia, ero ossessionata dal cibo, dagli orari dei pasti, da tutto quello che vendevano i negozi di alimentari e non potevo comprare e mangiare (e vomitare).
Fui richiamata al lavoro in capo alle due settimane e ricominciai la mia vita di prima, a fatica, arran-cando, ma andavo al lavoro.
Mi sembrò incredibile che mi avessero preferita all’altra ragazza e non osai attribuire la scelta alle mie capacità professionali ... la responsabilità di tutto per me era sempre del destino e non capivo che il destino era nelle mie mani.

Di Rosy, per molto tempo, non seppi più nulla ; eppure ci eravamo scambiate i numeri di telefono : io non la chiamai mai e lei non si fece mai viva.
Non ho mai saputo come ne sia uscita, ma la vidi circa otto anni dopo, una domenica pomeriggio in Piazza Martiri, in centro città.
Era un po’ ingrassata, stava bene ora, una donna normale che passeggiava in compagnia del marito e del figlio già grande, guardando le vetrine ... io passavo in macchina, e mi stavo abbuffando di gelato.

 
  ......  
  ......  
 

......

 
  vai a pagina:.....  
  ......  
 
pag 1 Pag 2 Pag 3 Pag 4 Pag 5 Pag 6 Pag 7 Pag 8 Pag 9

Pag 10

......                  
pag 11 Pag 12 Pag 13 Pag 14 Pag 15 Pag 16 Pag 17 Pag 18 Pag 19  
 
......
  ..........  
 

>torna indice sed etiam 

 

  ..........  

..........

(CC) beneinst.it  di Gerardo D'Orrico.