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Entrai
all’ospedale nel febbraio del 1984 ; doveva essere il primo dei
numerosi ricoveri che costellarono la mia vita di anoressica e
quella della mia famiglia e dovevo abituarmici.
Ci entravo per settimane o per solo una notte, oppure
semplicemente passavo dal Pronto Soccorso per un malore o
qualche incidente correlato alla mia malattia.
Era un mezzo per tirare avanti, per darmi le forze fisiche ed i
mezzi di sostentamento sotto forma di fleboclisi e medicinali
per sopravvivere, altre volte fu l’illusione di poter uscire
dalla malattia, altre ancora un mezzo per distruggermi la mente
con disumani metodi di alimentazione coatta.
Non stavo bene da molto tempo, mi girava sempre la testa e
continuavo ad essere magrissima, a mantenermi su livelli
ponderali molto bassi con il rischio di scendere ancora.
La mia magrezza e lo stato dei miei nervi avevano finito per
preoccupare il mio medico curante, che non si fidava più a
tenermi a casa con soltanto il supporto della terapia
psicologica, che peraltro si era quasi subito inefficace, o
perlomeno non abbastanza efficace.
Non riuscivo a mangiare più ma seguitavo ad abbuffarmi e
vomitare in continuazione, senza più potermi con¬trollare.
A volte, dopo ore di questa tortura, persino un bicchier d’acqua
riusciva ad infastidirmi lo stomaco già irritato e rigettavo
anche quello.
Mi trascinavo da una sedia all’altra, senza forze, e non avevo
ancora riavuto le mestruazioni ; già da un anno ero amenorroica.
Continuavo però a lavorare nel pomeriggio in media 4—5 ore al
giorno e faticando molto nel concludere la giornata ; quando
rientravo, invariabilmente me ne andavo a letto senza più forze.
Il ritmo di lavoro che sostenevo era davvero serrato e,
nonostante fossi decisa a mantenere il mio impiego con tutte le
forze, il mio fisico non era più in grado di reggere lo stress e
lo sforzo mentale che il tutto ciò richiedeva.
Già due volte avevo sofferto di malesseri in ufficio ed ero
riuscita, bene o male, a dissimularne gli effetti precipitandomi
in bagno sotto il getto dell’acqua fredda ; stavo meglio, ma
sapevo che pri¬ma o poi non l’avrei passata liscia e sarei
crollata.
Mia madre mi martellò ben bene per cercare di persuadermi, e non
dovette neppure darsi malto da fare. Ero sfinita ed avevo paura,
non riuscivo più a controllare il mio corpo che stava lentamente
cedendo. Dovetti parlarne in ufficio e la cosa non venne accolta
con entusiasmo; c’era malto lavoro e non mi assicurarono affatto
che, al mio rientro, avrei ritrovato il mio posto di lavoro.
Dovetti partire con questa incertezza nel cuore.
Il giorno del ricovero partii da casa con una richiesta urgente
ed a digiuno per le analisi del sangue. Arrivammo - io e mia
madre - all’Accettazione verso le 07.00 del mattino ed a
mezzogiorno dovevo ancora avere un letto qualsiasi in un
qualsiasi reparto.
Non sapevano dove ricoverarmi ; la parola “anoressia” bastava a
scatenare uno specie di gioco a scarica barile. Nessuno mi
voleva e le parole “aspetti in sala” oppure “ci vorrà ancora
qualche minuto, ci scusi, si tratta di un problema
amministrativo” mi erano già divenute familiari.
Dovetti subire una visita neurologica ed una generale. Non me ne
fregava proprio niente. Mi sentivo talmente debole che mi sarei
accasciata lì, sul pavimento dell’Accettazione.
Mentre stavo in sala d’aspetto dovevo avere un’apparenza cerea ;
ogni tanto un’infermiera veniva a chiedermi se mi sentivo bene,
se avevano bisogno di qualcosa.
In neurologia non ero un caso di loro competenza, in
endocrinologia non sapevano cosa farmi. Alla fine, poco prima
delle 13.00 mi scaricarono in Terza Medicina.
Ero sfinita, a digiuno dall’alba ed in preda alla disperazione ;
prima ancora di mettermi a letto avevo già sviluppato la
radicata convinzione che fosse tutto tempo perso.
Rapidamente, dopo le analisi del sangue, mi fecero ingoiare
qualche cosa, non ricordo neanche più cosa, ma non riuscii a
toccare cibo perché ero troppo stanca ed impaurita.
Non appena entrata in camera, l’avevo trovata già occupata da
una strana ragazza, un personaggio che – quando l’avevo visto la
prima volta – avevo trovato grottesco e stranamente familiare.
A forza di spaccarmi la testa per cercare di ricordare,
rammentai di averla vista qualche ora prima giù in accettazione
e di averla notata perché il suo strano abbigliamento e
l’estrema magrezza del suo corpo scheletrico.
Si trovava in compagnia di un ragazzotto robusto e biondo molto
giovane, e l’avevo notata mentre me ne stavo seduta in
corridoio, quando si era alzata per andare a prendersi un caffè.
Era magrissima, il suo corpo era infagottato dentro un lungo ed
aderente vestito di lana pesante marro¬ne scuro, che tuttavia
non le aderiva affatto al corpo perchè riusciva ad essere troppo
largo. Era un vestito grottesco, al di fuori da tutti i canoni
della moda di quel periodo e le arrivava fin quasi alla
caviglia.
Aveva peraltro caviglie sottilissime, quasi inesistenti, grandi
quanto un mio polso - che pure era esile - i piedi erano
malamente calzati in un paio di scarpe marroni troppo larghe
anch’esse.
In testa portava un buffo cappellino a calotta, sempre marrone,
con una veletta che scendeva a coprirle il volto.
Non era bella, aveva la classica faccia da luna, pallidissima, e
il volto coperto da una fitta peluria scura sulle guance, vicino
alle orecchie e sul collo, appena sotto il mento : irsutismo
I capelli erano neri e lisci, tagliati a caschetto, il viso
scavato e sciupato da rughe profonde ai la¬ti della bocca, i
denti poco sani, gli occhi sprofondati in un’espressione
smarrita e tuttavia non benevola, di sfida quasi, lo sguardo non
aveva età.
Ricordo che ore prima, mentre l’avevo osservata allontanarsi in
corridoio all’Accettazione, ero rimasta sconcertata e un po’
sorpresa come succede quando si nota qualcosa di inconsueto ;
quel personaggio dall’impressionante magrezza m’era sembrato
grottesco a fianco del suo robusto accompagnatore, e mi ero
vagamente chiesta che età potesse avere.
Poi, presa dalle mie stesse angosce e vicissitudini, me n’ero
dimenticata ed ora me la ritrovavo nel letto accanto.
Iniziarono con il voltarmi e rivoltarmi nel letto, per
prelevarmi sangue, per farmi elettrocardiogrammi, analisi delle
urine, visite generali, pesi e misure, tutta la prassi
ospedaliera.
Avevo dichiarato chiaramente il mio stato di anoressica ed ogni
tanto un dottore o un’infermiera infilava la testa nella camera
e gettava un’occhiata curiosa a me ed alla mia compagna di
stanza.
Nella stanza pesava un silenzio di tomba ; mia madre mi aveva
lasciata subito dopo essersi assicurata che fossi sistemata ed
io me ne stavo sdraiata a letto sbirciando di sottecchi lo
strano personaggio che avevo accanto e che continuava ad
indaffararsi aprendo e chiudendo cassetti, leggendo due pagine
di un libro che poi gettava via, aprendo e chiudendo l’armadio
accanto al suo letto e rimanendo ostinatamente in silenzio…
sembrava in preda ad un moto perpetuo, all’agitazione.
Desideravo scambiare qualche parola con lei ma non avevo il
coraggio di iniziare la conversazione ; l’atteggiamento ostile
della mia compagna di stanza mi intimoriva.
Mi diedi da fare anch’io per sistemare alla meglio la mia roba
nell’armadio e nei cassetti e poi mi ri-misi a letto decisa,
prima o poi, ad avviare una conversazione che potesse distrarmi
dalla mia angoscia. Mi feci coraggio e le chiesi se fosse già
stata visitata.
Mi rispose un no secco, senza guardarmi in faccia.
Il primo approccio non era molto incoraggiante e stavo pensando
di lasciar perdere, ma dovevo pur fare qualco¬sa per passare il
tempo.
Raccolsi il coraggio che mi rimaneva e le chiesi per che
disturbo fosse stata ricoverata.
La sua brusca risposta mi paralizzò : “Non ho tempo da perdere
io ! Ho un marito e un figlio cui badare e devo tornare a casa
pri¬ma possibile."
Poiché era stata estremamente aggressiva e maleducata, decisi di
non continuare quella difficoltosa conversazione.
Sarebbe stato difficile convivere 15 giorni in camera con quella
tipa, ma non avevo scelta : da lì ormai non potevo scappare.
Il pomeriggio si trascinò lento ed interminabile e giunse
finalmente l’ora di cena.
Avevo ordinato una cena frugalissima che mi arrivò,
prevedibilmente, in razioni più abbondanti.
Io e la ragazza del mistero ci sedemmo a tavolino, una di fronte
all’altra, e cominciammo a mangiare. C’era un silenzio che si
tagliava con il coltello e mentre mangiavo svogliatamente e
senza appetito, notavo che lei di fronte a me divorava la sua
cena con una voracità e velocità impressionanti.
Ero appena a metà della mia minestra quando lei, finendo
l’ultimo pezzo di frutta, cominciò a parlare.
Non sentì affatto la necessità di scusarsi per la sua
maleducazione di qualche ora prima e cominciò a parlare del più
e del meno come se io fossi stata una sua conoscente di lunga
data.
Nel pomeriggio erano passati due medici a compilare le nostre
cartelle ospedaliere e lei aveva ascoltato attentamente ogni mia
parola, mentre dichiaravo di essere anoressica e parlavo del mio
problema.
Dal canto suo lei aveva lamentato seri problemi gastrici che la
tormentavano da mesi, che le causavano vomito e dolori di
stomaco e la rendevano debole e svogliata, impedendole di
occuparsi come avrebbe voluto della sua famiglia.
Io perlomeno le avevo creduto, tanto era stata convincente nelle
sue balle, ma evidentemente i medici no ; non era la prima volta
che si ricoverava.
Si chiamava Rosy, era sul metro e 50 e pesava 32 chili.
Il ragazzo biondo che avevo visto con lei giù in accettazione
era suo marito ed avevano un bambino di sei mesi. Lavorava part—time
in una ditta come ragioniera.
Si muoveva in continuazione ; finita la cena si alzò, armeggiò
nel suo armadietto, tirò fuori un rotolo di carta igienica ed
infilò la porta per andare nel bagno.
Io lasciai metà della mia minestra, non toccai pane nè carne e
cominciai a rosicchiare la mela cruda che rimaneva. Riflettevo
che forse avrei mangiato qualcos’altro più tardi.
Mi ero stravaccata sulla sedia e riflettevo su quella strana
ragazza che, dopo avermi zittita in malo modo quando avevo
cercato di fraternizzare, non aveva fatto altro che parlare per
tutta la sera.
Arrivava persino ad essere logorroica in certi momenti e speravo
che non le prendesse di notte. Io non avevo fatto domande : era
stata lei che mi aveva fornito tutte le informazioni del caso,
parlan¬do a mitraglia senza interruzioni.
Tornò dopo circa un quarto d’ora e si mise a letto dandomi la
schiena ... la conversazione era evidentemente finita.
Andai a mia volta in bagno a lavarmi i denti e fare toilette per
la notte e quando tornai mi risedetti al tavolino, pensando se
non fosse meglio che finissi la minestra dato che mi sentivo
debole, magari avrei potuto azzardarmi a mangiare anche un pezzo
di carne, ma quando alzai i coperchi dei due piatti rimasi di
sasso : erano vuoti !
Non c’era più traccia di minestra, né della carne ed anche il
pane era sparito.
Li per lì non seppi cosa pensare ; l’infermiera che ritirava i
vassoi dei pasti non era ancora passata, l’avevo vista in fondo
al corridoio e cercavo di capire come avesse fatto la mia cena a
prendere il volo.
Mi venne spontaneo guardare lei che stava a letto. Lei mi guardò
a sua volta, diventò di brace e poi mi chiese con la più gran
faccia tosta del mondo : “Non avevi finito di mangiare ? Ho
pensato che non ne volevi più e ho mangiato io quello che
restava”.
Ero senza parole e, in un primo tempo, avevo provato un senso di
incredulità. Come poteva, una che non mi conosceva neanche,
spolverare i resti di cibo del piatto in cui avevo mangiato io,
un’estranea, che poteva anche avere malattie pestilenziali e
contagiose o Dio sa cosa ?
Poi avevo cominciato ad incazzarmi ; non avevo praticamente
mangiato durante la giornata e mi sentivo stanca ed esasperata,
così che la mia reazione fu eccessivamente forte.
“Veramente io mangio come e quando ne ho voglia ! Avevo lasciato
lì la mia roba perché pensavo di mangiare dopo ! Come hai potuto
sentire ho pro¬blemi di stomaco e devo mangiare piano. Adesso mi
dici come faccio, visto che non ho mangiato niente per tutto il
giorno e che qui non mi riportano più niente ?”
E lei, confusa e mortificata, rispose “Scusa, pensavo che avessi
finito…”
Presi i coperchi e li sbattei malamente sui piatti, quindi scesi
a prendermi un caffè alla macchinet¬ta del bar, poi ritornai in
camera sempre di pessimo umore e mi misi a letto aspettando la
visita dei miei genitori.
Quella sera non ci parlammo più.
quando fu ora di andare a letto mi tirai le coperte fin sopra le
orecchie e le girai la schiena mentre lei leggeva il suo solito
libro : la luce rimase accesa fino alle tre di notte.
Nei due giorni che seguirono non ci parlammo molto … imparai a
mangiare subito quello che mi serviva per vivere per paura che
si ripetesse la storia del primo giorno, non solo, ma
controllavo sempre se mancava qualcosa fra le mie cose.
Non mi fidavo, non avevo più intenzione di stabilire un rapporto
qualsiasi con quella ragazza ; il mio istinto percepiva qualcosa
di strano in Rosy.
Ad esempio quando riceveva ad esempio la visita dei suoi
familiari o di suo marito, gli incontri si svolgevano sempre in
un clima di estrema tensione, o quando dopo aver mangiato a
quattro palmenti si chiudeva nel bagno con il suo inseparabile
rotolo di carta igienica, per riapparire dopo un bel po’ di
tempo, oppure quando, dopo aver parlato a ruota tutta la
mattina, si chiudeva in un mutismo ostinato e rifiutava il
dialogo.
Dopo vari sforzi per capirla, per fraternizzare con lei, avevo
deciso che non ne valeva la pena per una permanenza che sarebbe
durata soltanto 15 giorni ; in seguito avevo conosciuto una
ragazza giovane, di 16 anni, degente nella camerata accanto alla
mia, con la quale avevo subito fatto amicizia.
Solo quando mi prendevano le mie di crisi preferivo restare sola
e in silenzio e mi occupavo dei fatti miei, evitando per qualche
ora le altre persone, ma non mi capitava spesso.
Ormai rimanevo pochissima tempo nella mia camera, andavo sempre
da Katia, la ragazza che avevo conosciuto, dove trascorrevo il
tempo allegramente a chiacchierare e ridere.
A lei non avevo detto di cosa soffrivo e dovevo ogni volta
lottare non poco per convincerla che non mi piacevano affatto
sfogliatine e caramelle che si ostinava a volermi offrire di
continuo.
Ogni tanto riusciva a farmene ingoiare qualcuna, ma tiravo
sempre fuori il pretesto che mi facevano male ai denti.
Dopo qualche giorno avevamo anche ottenuto il permesso di
mangiare insieme e questo per me era di gran lunga più
rilassante perché non ero sottoposta allo stress dei pasti con
Rosy.
I pasti erano un supplizio per me, poiché dovevo mangiare poco e
farlo molto lentamente. Soppesavo ogni boccone di cui mi
nutrivo, lo sentivo quasi un nemico, mentre Rosy di fronte a me
divorava il suo pranzo in cinque minuti e poi mi contava i
bocconi con la speranza che rimanesse qualcosa per lei.
Stavo in camera soltanto per le flebo e le visite dei medici ..
la sera cercavo di rientrare il più tardi possibile e non era
neanche malto difficile, perché stavo bene con Katia.
Quando rientravo mi mettevo a letto e giravo la schiena a Rosy,
che leggeva fino a tarda ora. A volte erano le quattro del
mattino quando spegneva la luce e per forza di cose non riuscivo
a riposare molto ; l’avrei strozzata.
Un giorno però, il quarto giorno della mia permanenza in
ospedale credo, le cose cambiarono improvvisamente tra me e
Rosy. Ricordo che Katia doveva rimanere fuori stanza per tutto
il giorno, perché aveva in programma una T. A. C. che doveva
fare in un ospedale vicino, dato che il nostro era ancora
sprovvisto di que¬sta apparecchiatura.
Avevo passato la mattinata vagando per i reparti ; andavo spesso
in maternità a vedere i neonati. Stavo lì anche delle ore
davanti al vetro, aspettando che si svegliassero e si muovessero
; per me era l’affascinante mistero della vita appena sbocciata.
Ogni tanto sgattaiolavo in terrazzo ; se non faceva troppo
freddo ne approfittavo anche per fumare una sigaretta e guardare
in lontananza il mondo che continuava a vivere, anche se io ero
richiusa lì dentro. In quei momenti facevo delle strane
riflessioni. Mi chiedevo se valesse la pena lambiccarsi tanto il
cervello come stavo facendo io… ero lì prigioniera di quattro
mura mentre il mondo continuava la sua vita anche senza di me.
Che io ci fossi o non ci fossi le cose non sarebbero cambiate.
Se me ne fossi andata improvvisamente, se fossi morta – e
sarebbe successo presto se non guarivo - certo la mia famiglia,
i miei genitori avrebbero provato un grande dolore, forse mia
madre avrebbe creduto di non poter più vivere, ma poi lentamente
il tempo avrebbe guarito le ferite.
Qualche mia amica forse avrebbe pianto per qualche giorno, poi
avrebbe dimenticato anche lei.
Il mio ricordo sarebbe sbiadito ogni giorno di più e sarei stata
soltanto un dolore lontano, da tirar fuori a Natale, a Pasqua o
il giorno dei Morti, quando si va in cimitero a trovare una
tomba. Chissà se ne valeva la pena.
Ero rientrata in camera per mangiare, avevo mangiato poco e mi
sentivo stanca. Non avevo più voglia di vagabondare per i
reparti e mi ero messa a letto con un libro.
C’era un silenzio di tomba nella stanza … anche Rosy seguitava a
leggere ed era concentrata sul suo libro. Ci fu un istante in
cui alzai la testa e la colsi intenta a fissare fuori un punto
lontano, oltre la finestra ; quando si girò verso di me aveva
gli occhi pieni di lacrime.
“Io sono come te … “ mi disse.
“In che senso scusa ?“ Ero sempre pronta al dialogo con lei, ma
non osavo più fare il prima passo.
“Sono anoressica … esattamente come te. L’avrai capito da un
pezzo, vero ?”
Cominciò a piangere in silenzio ed io - forse facile a
commuovermi, forse fragile per la nostra comune situazione –
quando la vidi piangere, proprio lei che arrivava ad insultare
le infermiere se le facevano male infilandole l’ago della flebo,
fui letteralmente sconvolta.
Mi avvicinai con circospezione al suo letto e mi ci sedetti :
parlammo per tutto il pomeriggio e Rosy pianse molto mentre mi
raccontava la sua vita degli ultimi 8 anni.
Aveva iniziato a rifiutare il cibo con l’obiettivo di dimagrire
anche lei giovanissima, a 16 anni, ed si era fissata con le
diete e le altre cazzate.
Per un certo periodo era andata bene, era dimagrita, si sentiva
in forma, era riuscita a terminare gli studi ed a trovare un
lavoro come ragioniera in una piccola ditta.
Ma era sempre molto sola, non aveva amici né fidanzati, ed aveva
molti problemi con la sua famiglia.
La madre era — e l’avevo notato anch’io — molto assillante.
Pretendeva di farle fare tutto ciò che rite¬neva giusto ed aveva
una particolare predilezione per la sorella minore di Rosy, la
quale “non faceva mai niente di sbagliato ed era l’orgoglio
della famiglia”.
Tutto il contrario di lei, Rosy.
Verso i 20 anni era divenuta bulimica. Aveva cominciato a
mangiare in maniera impressionante, proprio come facevo io, ma
il suo declino era stato molto più spettacolare. Già era piccola
e minuta ed il dimagrimento l’aveva portata ad un peso di 32
chili che la rendeva impressionante a vedersi.
Io continuavo ad avere davanti agli occhi la sua figura
grottesca come l’avevo veduta la prima volta nel corridoio del
Pronto Soccorso.
Fino ai 26 anni aveva fatto quella vita ; abbuffate
impressionanti e vomiti sfibranti, andava per negozi ad
acquistare cibo esattamente come facevo io, rubava soldi in
ufficio, cosa che le creava un’ansia con¬tinua dato il continuo
timore di essere scoperta, rubava ai suoi, qualunque mezzo era
giustificato per procurarsi di che mantenere il suo vizio.
Sì faceva fuori fortune in denaro per il cibo. A me questo parve
incredibile ; non sapevo ancora che molto più tardi ci sarei
arrivata anch’io.
Io mi limitavo a 30-50.000 lire ogni tanto, non lavoravo ancora
regolarmente … lei spendeva a volte anche 300-400.000 lire al
giorno.
Poi, una sera aveva incontrato in discoteca un ragazzo molto più
giovare di lei e che le piaceva.
All’epoca lei aveva 26 anni, lui 21. Avevano cominciato a
frequentarsi e, sebbene lui non fosse molto convinto, lei lo
aveva stressato fino a quando era rimasta incinta ed avevano
dovuto sposarsi per “riparare” come aveva preteso la madre di
Rosy.
La cosa ai suoi da un lato aveva fatto piacere, perché Rosy si
sistemava e forse un marito ed un figlio la avrebbero spinta a
guarire.
Dall’altro però li angustiava il fatto che si sposassero pieni
di debiti fino agli occhi, che lei portasse avanti la gravidanza
continuando a fare la solita vita di bulimica, il che era
rischioso per la sua salute fisica, per il bambino e per il suo
rapporto con il neo—marito.
Questi aveva l’aspetto di una persona molto buona, paziente, che
era al corrente — ovviamente — del la sua malattia e spe¬rava di
aiutarla a guarire anche se le premesse non erano invitanti.
Si erano sposati in fretta e furia ed erano andati ad abitare in
un piccolo appartamento sopra quello della famiglia di Rosy.
Forse tutto il guaio stava proprio lì : quel cordone ombelicale
non poteva proprio essere reciso.
Questo fatto autorizzava sua madre ad entrare in casa a suo
piacimento con la scusa di vedere come stava la figlia incinta,
ma soprattutto — a detta di Rosy — per controllare il
frigorifero, che era perennemente vuoto.
Rosy iniziava alle 4 del pomeriggio a cucinare la cena per suo
marito ; alle 7, quando lui rientrava dal lavoro, della cena non
rimaneva traccia.
Lei aveva mangiato la sua cena ed anche quella di suo marito ;
troppo volte il poveretto era costretto a scendere dalla suocera
per rimediare un pasto decente.
Il bambìno, nonostante Rosy non si fosse data pena di operare
cambiamenti nella sua vita e nelle sue abitudini per il fatto dì
essere incinta, nacque prematuro solo di un mese e mezzo.
Mi raccontò che era riuscita ad aumentare solo di 4—5 chili e
non aveva moltissima pancia. Quando le erano iniziate le doglie,
che stranamente non erano proprio doglie ma un “senso di
fastidio” come lo aveva chiamato lei, era andata all’ospedale dì
volata, ma dopo neanche un’ora il dolore era cessato ed il
bambino non riusciva a nascere.
Però la dilatazione era già iniziata e mi raccontò che due
medici ed un’infermiera l’avevano aiutata a partorire con
farmaci ed infine premendole il ventre e fa¬cendole uscire il
bambino che era stato immediatamente messo in incubatrice, dove
era rimasto parecchio tempo. Rosy mi diceva sempre che non aveva
provato alcun dolore per partorire.
Era strano il suo atteggiamento verso il bambino : sembrava che
lo odiasse e lo amasse allo stesso tempo. Lo amava poco e male
perché il suo istinto di madre entrava in conflitto con la sua
malattia. Occuparsi del bambino comportava un impegno costante
che le portava via tempo prezioso ; così dopo qualche tempo
cominciò a trascurarlo.
Non gli cambiava i pannolini, sì occupava poco della sua pulizia
e soprattutto lo nutriva in modo irregola¬re non avendo –
ovviamente – di che allattarlo al seno.
Aveva dovuto ricorrere all’allattamento artificiale, ma come lei
stessa diceva sì trattava di una cosa tanto complicata e lunga
che spesso gli faceva saltare i pasti ed il bambino piangeva in
continuazione.
Così era la madre che, sentendolo piangere, saliva a casa di
Rosy e se ne occupava.
Alla prima visita pediatrica, il medico aveva trovato il neonato
denutrito e debole ed aveva prescrit¬to una cura costosa che
lei, per qualche giorno, aveva tenuta nascosta al marito.
Se spendeva i soldi per l’acquisto dei medicinali infatti, non
le sarebbe rimasto molto per comprare il cibo dì cui aveva
bisogno durante la giornata ; infatti, avendo lasciato il lavoro
per la gravidanza, disponeva di molto tempo libero che dedicava,
ovviamente, alle abbuffate.
Poi però era accaduto qualcosa che aveva scombinato i piani di
Rosy. Sua madre, insospettita dallo strano atteggiamento della
figlia, aveva telefonato al pediatra con una scusa, l’inganno
era venuto alla luce ed era scoppiato il finimondo. Sua madre,
d’accordo con il genero, aveva requisito il figlio di Rosy,
decidendo di occuparsene direttamente fino a quando sua figlia
non fosse stata in grado di farlo da sola.
Ma, perlomeno fino a quel momento, Rosy non era stata ancora in
grado di provvedere direttamente alla cura di suo figlio.
Il bambino comportava per Rosy delle responsabilità, dei doveri
che lei si ostinava a rifiutare, preferendo scaricare tutto
sulla madre e sul marito.
Se avesse accettato le sue incombenze, la sua responsabilità di
adulta, sarebbe cresciuta, avrebbe smesso di essere la figlia
maltrattata da sua madre, ne avrebbe perduto l’appoggio ed il
soccorso costante, e lei non era ancora pronta per crescere ed
essere adulta. Un po’ come me.
Le cose con il marito, frattanto, andavano sempre peggio.
Il fatto di non trovare mai nulla di commestibile in casa
iniziava a mandarlo fuori dei gangheri, soprattut¬to dopo una
giornata di lavoro, quando rientrava stanco ed affamato.
Inoltre spesso il letto non era neppure rifatto, i piatti della
giornata e del giorno prima erano ancora nell’acquaio, il bucato
era da fare, e suo figlio non era mai in casa ma sempre dalla
suocera. Perciò lui e Rosy litigavano sempre più spesso, ne
uscivano scenate violente e la suocera, sentendo le urla, doveva
spesso salire a dividerli.
Insomma, questa madre era sempre di mezzo, costantemente
presente.
E l’unica intesa tra lei ed il marito, mi raccontava Rosy, era
quella sessuale.
Stando alle sue parole a volte facevano l’amore per 5-6 volte di
fila in una sera e a me, ovviamente, la cosa pareva improbabile
e non solo a causa del suo aspetto scheletrito.
Infine Rosy aveva deciso di ricoverarsi per l’ennesima volta,
l’ultima di una serie di tentativi andati a vuoto, di cui uno
immediatamente prima del matrimonio, per cercare di fare
qualcosa di positivo per la sua vita individuale e, soprattutto,
coniugale, visto che le cose peggioravano sempre più.
Tuttavia, mi disse, sapeva già che sarebbe stato tutto inutile.
“E allora — le chiesi io — perché lo fai ?“
“Perché mi hanno convinta tutti, soprattutto mia madre e persino
mia suocera … dicevano che non sarei stata in grado di occuparmi
del bambino, che lo avrei fatto deperire e crescere male.
Imparai a conoscerla durante quel pomeriggio ; era certo una
persona molto infelice ma anche estremamente egoi¬sta ; mi
rendevo conto, ascoltandola, che non aveva spazio per nessuno
all’infuori di sé. Tuttavia pensavo a quante sofferenze doveva
avere sopportato per diventare così com’era, chiusa in sé
stessa, coriacea, spietata a volte.
Io non ero ancora a quel livello di spersonalizzazione ... si,
ricordo che nelle mie riflessioni pensai proprio a questo
termine per definire il suo modo di essere ; non mi sembrava
avere un suo carattere, una sua personalità, avevo come
l’impressione che dentro di lei, nel suo cuore, nella sua testa
ci fosse il nulla.
Mi sentivo lontana anni luce da lei ... eppure in qualche modo
ritenevo probabile il fatto che potessi, un giorno, diventare
come lei. E questo ovviamente mi faceva paura.
A partire da quel giorno Rosy cambiò il suo atteggiamento nei
miei confronti ; da quel momento iniziammo a parlare molto e non
era più un discorso a senso unico, cioé soltanto mio.
Mi rendevo conto di quanto bisogno avesse lei di essere
ascoltata, di scambiare opinioni, di parlare liberamente di sé
stessa e di quello che provava senza essere giudicata.
Prese anche l’abitudine di accompagnarmi nella stanza di Katia ;
dapprima non fu una situazione molto facile da sostenere... Rosy
era diffidente, selettiva. Katia era giovane e fiduciosa, non si
aspettava mai nulla di male dal prossimo. Mi accadeva di
trovarmi nel mezzo ad arbitrare una conversazione spesso
impacciata.
Infine con un po’ di pazienza riuscimmo ad intenderci e, benché
gli interessi ed il mondo di Rosy fossero tanto diversi dai
nostri, passavamo interi pomeriggi a ridacchiare e parlare di un
sacco di cose ... non ave¬vo mai visto un sorriso prima di
allora sul volto perennemente scuro ed imbronciato di quella
strana donna bulimica.
Rosy cambiò atteggiamento anche nei confronti delle altre
persone, dei medici, delle infermiere ; era divenuta più
pa¬ziente e malleabile ; tutti avevano notato quel cambiamento e
lo attribuivano alla sana compagnia di noi due ragazze.
Persino la sua famiglia era al settimo cielo ed ero divenuta
oggetto dei loro complimenti e ringraziamenti che mi
sconcertavano e non pensavo di meritare. Difatti, non avevo
fatto altro che “ascoltare” una persona.
Tuttavia, vivendo presso di Rosy tutto il giorno, sapevo anche
che la situazione non era così rosea come appariva da fuori ;
aveva momenti in cui cambiava repentinamente umore ed avevo
imparato a prevederli e riconoscerli.
Dorante i nostri pranzi ad esempio, Rosy era loquacissima ;
sembrava che volesse distrarmi perché non facessi caso a tutto
quello che ingoiava. Era spesso in giro nei dintorni del bar ;
comprava brioches, patatine, tutto quello che poteva trovare e
si abbuffava in continuazione.
Era sempre senza soldi.
Diventava ancora improvvisamente silenziosa e scostante in quei
momenti ... sapevo che non dovevo avvicinarla per nessun motivo
perché mi avrebbe respinta - magari in modo più educato adesso -
dato che l’avrei distolta da qualcosa che era determinata a fare
a tutti i costi, cui non avrebbe rinunciato mai.
C’erano anche momenti in cui, durante le nostre ormai frequenti
conversazioni, la vedevo a poco a poco estraniarsi. Rispondeva
distratta, a monosillabi, si sforzava di ascoltare... finché
improvvisamente inven¬tava una scusa e scappava. Dove scappasse,
era facile immaginarlo.
Avevo capito già da un pezzo che non dovevo fare commenti e non
ne feci mai ; ogni volta che tornava mi sforzavo dì apparire
naturale con lei come se non fosse successo niente.
Anche se mi aveva parlato del suo problema, dei suoi
comportamenti, pensavo che Rosy continuasse a negarli a sé
stessa ed agli altri proprio perché si comportava in questo
modo.
Il non parlarne, il fatto che non sentisse il bisogno di
spiegare, dopo che in fondo mi aveva spiegato tutto, mi sembrava
che significasse “prendo in giro te come ho preso in giro gli
altri”.
E non capiva di ingannare soltanto sé stessa.
Dal canto mio avevo iniziato a notare questi comportamenti anche
in me stessa ; era come se mi portassi dentro due persone
diverse.
Notavo soprattutto che più il tempo passava più la parte malata
di me prevaleva su quella sana prendendosene lo spazio vitale,
soffocandola.
In Ospedale mangiavo poco e non vomitavo più, ma mi sentivo
perennemente come se mi mancasse qualcosa di enorme ; avevo la
sensazione di un grande vuoto nella mia vita e sapevo che
derivava dal fatto che non potevo più abbuffarmi.
In quei momenti scappavo da Katia e cercavo di distrarmi, ma non
era facile. Mi sentivo angosciata e nervosa, e questo per molte
ragioni differenti.
Ad esempio perché vivevo tutto il giorno, anche se non volevo
ammetterlo, aspettando l’ora di colazione, di pranzo e cena e
questo non serviva a niente, perché quando arrivava quell’ora
non potevo abbuffarmi come avrei voluto. Per me i pasti erano
divenuti una guerra. Fissavo il piatto silenziosamente cercando
di resistere a quel dannato im¬pulso che mi avrebbe imposto di
ingoiare tutto e mangiavo solo quello che potevo tenere nello
stomaco rima¬nendo relativamente tranquilla.
Eppure tranquilla non ero mai poiché tutta la situazione mi
faceva sentire orribilmente frustrata, defraudata di qualcosa di
vitale per me.
Soffrivo anche per dovermene stare rinchiusa in quell’orrendo
reparto, dove ogni avvenimento era invariabilmente scandito da
orari, da riti ogni giorno sempre uguali : medicine,
temperatura, flebo, colazione, pranzo, cena, visite dei medici e
dei familiari, riposo.
Un posto dove la gente soffriva, moriva, o guariva nella maggior
parte dei casi, cosicché c’era sempre qualcuno che tornava a
casa e non era mai il mio turno, mi sembrava che fossero passati
mesi dal primo giorno, e restavo lì consapevole che non potevano
farmi niente, assolutamente niente di concreto.
Difatti la situazione era sempre uguale : niente era cambiato,
tutto era come sospeso, in attesa di riprendere quando tutto
quel tormento fosse finito. Lo sapevo, e vivevo ogni giorno in
attesa di quel momento.
Nel reparto non eravamo considerate alla stessa stregua degli
altri pazienti. Alcuni medici, alcune infer¬miere si sforzavano
di capire la nostra situazione, magari ci compativano o ci
riempivano di buoni consigli, un piccolo aiu¬to dicevano loro ;
più spesso ci biasimavano ed esprimevano apertamente la loro
disapprovazione.
Eravamo per tutti delle testarde incoscienti che avevano deciso
di rovinarsi l’esistenza e la salute con delle stupidaggini
inutili… ci consideravano una perdita di tempo e, come a volte
ci fu detto, di denaro dei contribuenti.
Non mi meraviglio di questo ; quello non era il nostro posto, le
persone che ci curavano non erano quelle giuste. Non ho mai
creduto molto nel ricovero ospedaliero come soluzione risolutiva
di un disturbo come l’anoressia men¬tale ; per quanto mi
riguarda, ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle che si
tratta quasi sempre di un’esperien¬za disastrosa, coercitiva, e
che spesso indurisce il sintomo quando non riesce addirittura a
peggiorarlo. Per me in ogni caso, fu così.
L’unica cosa che ci fecero in quelle due settimane, fu quella di
somministrarci quella che loro chiamavano “la cura degli angeli”
: tre fleboclisi al giorno, tanto che alla fine sia io che Rosy
avevamo le braccia crivellate dai buchi.
Lasciavo che mi facessero tutto quello che volevano ; non mi
fidavo certo, ma non me ne fregava niente. Mi premeva soltanto
ritornare a casa e ricominciare ... non mi era chiaro niente in
quel periodo, ma di questo ero assolutamente sicura. Perciò,
seppure in maniera diversa da Rosy, mi stavo ingannando anch’io.
Nessuno mi spiegava niente, nessuno era in grado di dirmi perché
sentivo dentro quell’angoscia martellante, ossessiva, ogni volta
che mi trovavo davanti ad un piatto e perché il pensiero del
cibo mi tormentasse a tal pun¬to.
Soffrivo per quella mancanza di aiuto. Qualche volta esternavo
momenti di ribellione violenta che non facevano parte della mia
indole, ma ero esasperata da quella reclusione.
Un giorno mi accadde di perdere le staffe e mi guadagnai
l’ammirazione incondizionata di Rosy.
Un paio di volte a settimana, il primario passava in visita
accompagnato da alcuni giovani tirocinanti, uomini e donne.
Alcuni di essi ormai li conoscevo di vista per averli già
incontrati e mi facevano sorridere perché si davano arie da
luminari della medicina : erano buffissimi a vedersi.
Capitava che alcuni di loro, mentre il primario illustrava il
mio caso, dessero un’occhiata alla mia cartella clinica,
capitava anche che commentassero il mio scarso peso tra di loro,
magari neanche preoccupandosi di parlare a bassa voce.
La cosa mi lasciava del tutto indifferente, non me ne fregava
niente di tutti quei pagliacci che mi trat¬tavano come se fossi
un animale da circo.
Da Rosy a volte si fermavano più a lungo che da me ; le sue
condizioni fisiche erano piuttosto preoccupanti.
Eppure lei continuava a rimanere attivissima, malata di
un’inquietudine che la costringeva ad un moto perpetuo, sempre
in giro per i corridoi ed i sotterranei dell’ospedale, per i
bagni e le camerate, e non sembrava dare segni dì malesseri o
disagi fisici come accadeva a me.
Quasi certamente era più abile di me nel mascherarli.
Quel giorno il primario accompagnato dai soliti tirocinanti si
era fermato nella nostra camera per la visita consueta.
Una delle tirocinanti, forse intendendo guadagnarsi
l’approvazione del primario con quel commento poco opportuno, se
ne era uscì con una frase che mi fece andare fuori dei gangheri.
“Altro che diete ! Fame ci vorrebbe a queste due !”
Il suo intervento cadde nel silenzio generale ; nessuno rispose,
ma io ero furibonda.
In quel momento avrei fatto qualunque cosa per uscire da lì,
anche se questo avesse dovuto significare farmi buttare fuori a
calci. Quando partii in quarta, probabilmente non mi stavo
neppure rendendo conto di ciò che stavo per fare.
Buttai per terra il libro che stavo leggendo e mi misi in
ginocchio sul letto, fissandola dritta negli occhi :
“Tu non hai proprio capito niente, non ci arrivi e non ci
arriverai mai e allora è meglio che cambi mestiere. Nessuno ha
chiesto la tua opinione, perciò te la puoi anche tenere … e se
non ti interessa occuparti di noi, morte di fame, puoi uscire di
qui quando ti fa comodo !”
Il primario strabuzzò gli occhi, la ragazza divenne rossa come
un peperone e probabilmente stava per rispondermi a tono, ma il
primario la fermò alzando una mano.
Io mi ero ributtata sul letto ed avevo paura di quello che avevo
fatto … ero come improvvisamente uscita di senno per poi
bruscamente rientrare e rendermi conto delle possibili
conseguenze.
Ma il primario mi si avvicinò, allungò una mano ed io
istintivamente mi ritrassi, quasi pensando che volesse
schiaffeggiarmi ... in effetti era quello che mi aspettavo.
Invece mi accarezzò una guancia e mi disse :
“Adesso rimettiti tranquilla a letto eh ?“
Senza dire più una parola mi risistemai nell’identica posizione
di prima ed il corteo proseguì nelle altre camerate.
L’ira mi era sbollita e mi rendevo conto a poco a poco di ciò
che avevo fatto ; non era da me, non ero tipo da colpi di testa
simili, anzi il mio atteggiamento era sempre stato dimesso,
accondiscendente ; non vole¬vo mettermi in evidenza, né
tantomeno pormi in cattiva luce, e sapevo che se il primario non
avesse capito che cosa mi aveva spinta a reagire, si sarebbe
semplicemente disinteressato di me, dimettendomi.
Io che costantemente cercavo l’approvazione degli altri, avevo
osato fare qualcosa che me li metteva nettamente contro ; eppure
capii che la ragazza che era venuta alla luce in quei pochi
istanti era quella vera : mi avevano provocata, offesa, ed avevo
reagito.
Il disprezzo che avevo percepito nel tono e nelle parole della
ragazza mi aveva fatta andare fuori di testa. E adesso, e questo
mi faceva arrabbiare ancora di più, mi sentivo in colpa, sentivo
il bisogno di scusarmi, di fare ammenda, non ero convinta che
quello che avevo fatto fosse giusto.
Mi sono chiesta spesso se non fosse stata l’influenza di Rosy a
farmi reagire in quel modo ; atteggiamenti come quello che avevo
avuto quella mattina lei li aveva costantemente con le
infermiere, con i suoi familiari, con i medici un po’ meno, ma
li aveva.
Penso che se ne avessi avuta la possibilità sarei andata
difilato a scusarmi, ritrattando tutto ciò che avevo esternato a
prezzo di enorme fatica, ma che almeno per una volta era venuto
fuori.
Fu un bene che quella possibilità non la ebbi, perciò non mi
scusai e mi tenni i miei sensi di colpa e le mie assurde paure
che, considerato ciò che successe dopo, erano immotivate.
Rosy ebbe un mezzo sorrisetto sornione e divenni la sua eroina.
La tirocinante non si fece più vedere nella nostra camera e, del
resto, io ci rimasi soltanto altri tre giorni.
Il primario, fortunatamente, aveva capito. Oltreché medico, era
anche un buon ascoltatore ed imparai a fidarmi di lui quando
capii che non lo interessava soltanto la mia salute ma anche ciò
che mi passava per la testa.
Era un uomo tranquillo, sui sessant’anni, un po’ calvo e con due
grandi occhi azzurri che ispiravano fiducia : gli occhi chiari
sono sempre stati il mio debole.
In un primo tempo mi incuteva timore ; durante il mio soggiorno
nel suo reparto mi convocò due o tre volte nel suo studio e mi
fece una quantità di domande sulla mia vita, su ciò che pensavo,
sulle ragioni che mi spingevano a comportarmi in un certo modo,
su ciò che intendevo raggiungere dimagrendo ulteriormente.
Parlavamo a lungo e non mi criticava mai; mi esponeva il punto
di vista medico, i danni che alla lunga avrei potuto causare al
mio organismo, le possibili soluzioni al disturbo di cui
soffrivo.
Non mi risulta che lo fece mai con Rosy, ma del resto non era la
prima volta che la curava nel suo reparto e, a giudicare dalle
apparenze, non aveva ottenuto successi.
Uscivo da quell’ambulatorio con la consapevolezza che non tutti
i medici mi condannavano senza appello ma c’era anche qualcuno
disposto ad ascoltarmi, e questo mi dava fiducia per continuare
... per arrivare dove, non lo sapevo nemmeno io.
Fui dimessa dopo due settimane di degenza ; non avevo risolto
assolutamente nulla, a parte il fatto che non avevo vomitato
neppure una volta durante la mia permanenza, ma nemmeno ero
aumentata di un grammo.
La speranza di tutti era che da quel periodo dì cura e
“riflessione” potessi trarre ragioni e forza fisica per
continuare da sola una volta tornata a casa.
Ma una volta a casa non mi sentii granché meglio: sapevo che non
era cambiato assolutamente nulla. L‘ossessione era sempre lì
presente ed inoltre avevo paura ; ero l’oggetto degli sguardi
indagatori di tutta la famiglia, mi spiavano, mi tenevano
d’occhio aspettando di scorgere un segnale che rivelasse loro
che avevo “ricominciato”.
Si può capire in quale stato d’animo mi trovassi : ero tesa,
nervosissima, e perdetti rapidamente un chilo in tre giorni.
Di vita sociale fuori casa non se ne parlava : alcune delle mie
amiche avevano telefonato per sentire come stavo, poi più
niente.
Di nuovo mi sentivo abbandonata da tutti, quello strano, assurdo
senso di abbandono che mi rovinava la vita, eppure avevo tutta
la mia famiglia attorno a me, ansiosa di sorreggermi, aiutarmi.
Non uscivo mai di casa e, manco a dirlo, visto che abbuffarmi
non potevo perché sarebbero scoppiate liti in famiglia, avevo
riadottato il mio regime da fame : verdura scondita, mozzarella,
latte.
Caffè e sigarette a montagne.
Avevo anche chiamato in ufficio per sapere se potevo rientrare
al lavoro e mi ero sentita rispondere in maniera evasiva e poco
incoraggiante ; mi fecero velatamente capire che c’era un’altra
persona a sostituirmi e che avrei dovuto aspettare due settimane
prima di avere una risposta.
Capivo da me che stavano valutando la possibilità di tenere
quest’altra ragazza al mio posto, forse era più brava, più
veloce, più tutto ; gli altri erano sempre migliori di me, più
in gamba, io mi mettevo sem¬pre in coda ed all ‘ultima posto
maledicendo la mia sfortuna.
Mi avrebbero chiamato loro per dirmi se potevo tornare o meno al
mio posto di lavoro.
Precipitai nella disperazione più nera ; si stava spezzando
anche l’ultimo collegamento che avevo con un’esistenza
“normale”, cioè vivere ed avere un lavoro, guadagnare soldi,
essere indipendente, fare progetti.
Ed io non lottavo mai, mi accasciavo e stavo lì, aspettando la
prossima botta in testa, sicura e convinta che sarebbe
inevitabilmente arrivata, e ciò che era più sconcertante era che
non pensavo mai, neanche per un momento, che sarebbe bastato che
imparassi a tirare fuori le energie per lottare ed avrei smosso
montagne, invece che convogliarle sempre al mio interno per
autodistruggermi.
Non sapevo come avrei reagito se avessi perduto anche quel
misero lavoro part—time che svolgevo a fatica ed i miei avessero
di nuovo dovuto mantenermi ; mio padre avrebbe avuto di nuovo
ragione sul fatto che ero una buona a nulla che non avrebbe mai
combinato niente di buono nella vita.
Eppure, ciò che mi angosciava dì più era perdere quella fonte di
scarso guadagno che mi permetteva di pro¬curarmi da sola il cibo
di cui avevo bisogno per la mia ossessione.
Il mio unico pensiero, durante quelle due settimane di attesa
snervante, fu solo questo.
Come avrei reagito se avessi perso il lavoro ? Non lo sapevo e
non stetti neanche lì a chiedermelo.
Conoscevo solo un modo per rispondere a tutte le mie domande :
ricominciai ad abbuffarmi ed a vomitare.
Molte persone venivano a trovarmi durante i primi giorni
successivi al mio ritorno a casa : parenti, vicini di casa,
amici di famiglia … tutti mi chiedevano come stavo, come mi
sentivo. Rispondevo invariabilmente “bene” perché tutto finisse
alla svelta, anche se il mio aspetto generale mi smentiva.
Se avessi risposto che non stavo bene avrei dovuto spiegarne il
motivo... e quello, in realtà, non lo conoscevo neppure io.
Soffrivo di due tipi di male : quello fisico e quello morale.
Da quest’ultimo non avevo scampo, ero in trappola ogni giorno e
non c’erano medicine in grado di calmarlo, di lenirlo, tranne
qualche sonnifero che prendevo dopo aver passato due o tre notti
insonni.
Il male fisico era sempre quello : vertigini, forti emicranie,
dolori allo stomaco, intorpidimenti degli arti.
Mi alzavo sempre la mattina come se dovessi prepararmi a
combattere una battaglia e mi sentivo sconfitta in partenza. Non
valeva nemmeno la pena di lottare e non avrei saputo da che
parte cominciare.
Mi prendeva continuamente l’angoscia, ero ossessionata dal cibo,
dagli orari dei pasti, da tutto quello che vendevano i negozi di
alimentari e non potevo comprare e mangiare (e vomitare).
Fui richiamata al lavoro in capo alle due settimane e
ricominciai la mia vita di prima, a fatica, arran-cando, ma
andavo al lavoro.
Mi sembrò incredibile che mi avessero preferita all’altra
ragazza e non osai attribuire la scelta alle mie capacità
professionali ... la responsabilità di tutto per me era sempre
del destino e non capivo che il destino era nelle mie mani.
Di Rosy, per molto tempo, non seppi più nulla ; eppure ci
eravamo scambiate i numeri di telefono : io non la chiamai mai e
lei non si fece mai viva.
Non ho mai saputo come ne sia uscita, ma la vidi circa otto anni
dopo, una domenica pomeriggio in Piazza Martiri, in centro
città.
Era un po’ ingrassata, stava bene ora, una donna normale che
passeggiava in compagnia del marito e del figlio già grande,
guardando le vetrine ... io passavo in macchina, e mi stavo
abbuffando di gelato. |
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