sed etiam. il prezzo del silenzio.  Storia dell'inferno che abbiamo vissuto.                                         

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  di Alessandra Erici  
  * bellatrix-2002@libero.it  
 
1 diario in PDF
 
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  ... il "pesce d'aprile"  
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All’inizio del 2000 stavo meglio ed avevo finalmente raggiunto, grazie all’aiuto del mio terapeuta ed alle riflessioni di cui ho parlato sopra, una nuova consapevolezza di me stessa, fiducia nelle mie capacità, uno stato generale di benessere.
Mi sentivo meglio disposta verso gli altri, non esclusa la mia famiglia, avevo trovato un lavoro che mi piaceva molto e mi dava grandi soddisfazioni e modo di viaggiare.
Ero davvero un’altra persona paragonata all’oscuro, scontroso e triste personaggio che ero stata nel passato.
Certo avevo ancora problemi con la mia alimentazione e mi capitava abbastanza spesso di mangiare e rigettare il cibo ; erano però quasi del tutto sparite le scorribande ai supermercati e negozi vari per fare incetta di cibo e poi vomitare.
Avevo anche fatto nuove amicizie, stanca del solito giro dove non succedeva mai nulla ; non ne potevo più delle solite facce e dei soliti discorsi: ora frequentavo un gruppo di amici fuori città, con loro mi divertivo e non mi pesava fare un bel po’ di strada per incontrarli.
Ho un ricordo particolare di una delle gite domenicali che facemmo a Bolzano per visitare il museo ove sta esposto il famoso “uomo di Similaun” … era così strano trovarsi al cospetto di un essere che veniva da tanto lontano, da migliaia di anni prima ; chissà cosa avevano visto quegli occhi, quante miglia avevano percorso quelle gambe rinsecchite e deformi.
Lì presso la mummia ebbi nuovamente la sensazione che la mia vita avrebbe preso un nuovo corso, ma ancora non sapevo cosa mi stava preparando il futuro.
Conobbi mio marito Luca ad una festa di Carnevale organizzata dal mio nuovo gruppo di amici. Portavo un vestito maculato aderente ed un paio di orecchie in testa ; un’amica mi aveva truccata per la circostanza e inalberavo un paio di baffi immensi e occhi da gatta furbona.
Ci rivedemmo molte settimane dopo e per caso, ad un pranzo organizzato dal solito gruppo di amici. Avevo avuto l’intenzione di non andarci, indecisa tra quest’impegno e la possibilità di trascorrere una domenica in montagna con altri amici.
Alla fine c’ero andata ed avevo rivisto Luca in vesti totalmente diverse, senza il buffo travestimento della prima volta.
Continuava a fissarmi dal suo posto di fronte a me dall’altra parte del tavolo e provavo l’impulso di chiedergli di smettere di piantarmi gli occhi addosso come se fossi una pericolosa criminale o – peggio – completamente nuda.
Perché era così che mi faceva sentire.
Tre mesi dopo ci fidanzammo una sera di maggio sotto una pioggia insistente in riva al mare ; stavamo sotto il porticato di un qualunque baretto estivo da spiaggia chiuso, triste e con la vernice scrostata che riparava a malapena dall’acqua e dal freddo, ma non sentivo la pioggia, né il vento né il freddo che mi entrava dappertutto.
Fu una storia difficile fin dall’inizio poiché mentivo incondizionatamente anche con Luca ; dovevo parlargli del mio passato e non mi decidevo mai e, temporeggiando, non trovai di meglio che raccontargli bugie.
Sapevo che rischiavo di perderlo e non potevo fare a meno di correre questo rischio ; dovevo sapere se era in grado di capirmi, di perdonarmi, di giustificarmi, di amarmi nonostante tutto.
Cominciai col raccontargli che avevo avuto un lunghissimo fidanzamento con un uomo che mi aveva poi lasciata per un’altra donna, tradendomi vigliaccamente con lei per poi mettermi da parte e sposarla.
Quindi riesumai la vecchia panzana dei miei anni di adolescente stravagante e gli raccontai che avevo avuto esperienze pericolose con la droga, sconvolgendolo ulteriormente e facendo traballare le sue convinzioni su di me ; pensavo : “se è capace di accettare questo, accetterà senz’altro tutte le storie schifose e nauseabonde di abbuffate e vomito che prima o poi dovrò rivelare”.
Infine, mi lanciai nella bugia più grande e pericolosa dei nostri inizi, perché gli dissi di essere stata violentata da adolescente e, per questo, di avere così tanti problemi di natura sentimentale e sessuale non avendo mai superato psicologicamente quest’esperienza.
Credo che quest’ultima balla gli spezzò il cuore e oggi lo amo anche per l’enorme pazienza, comprensione ed intelligenza dimostrate nel gestire tutta questa incredibile faccenda.
In realtà intendevo difendermi, superare in qualche modo la mia paura dei sentimenti e di appartenere a qualcuno.
La cosa andò avanti per un po’ e le mie balle diventavano ogni giorno più pesanti, difficili da reggere, mi costringevano ad essere costantemente vigile, attenta a non tradirmi, tesa ad infiorarle di nuovi particolari, nauseata di me stessa per come mi comportavo.
Arrivai ad un punto di rottura quando mi resi conto di amare veramente Luca e realizzai che continuando di quel passo l’avrei perso : così gli rivelai tutta la storia delle bugie e scatenai un vero casino.
Passammo un periodo difficile, continuavamo a vederci ed a passare insieme i week end e vedevo Luca in difficoltà, lo vedevo combattere una silenziosa battaglia dentro di sé e cercavo di stargli vicina ma era difficile.
Me la faceva pagare, non mi respingeva ma neppure mi si avvicinava, e mi faceva soffrire.
La cosa durò per un po’ di tempo, forse due settimane ; alla fine mi esasperai e decisi che se le cose non fossero cambiate avrei abbandonato la partita.
Avevo sbagliato e andava bene, non mi giustificavo ; in fondo però avevo fatto uno sforzo enorme per cambiare, per amor suo mi ero spogliata di ogni difesa, mi ero umiliata confessando tutte le mie bugie, questo non poteva ignorarlo e doveva darmi una possibilità.
Non ero più disposta a farmi maltrattare ed umiliare da nessuno, tantomeno dall’uomo che amavo.
Quel fine settimana parlammo anche di questo, gli dissi della mia decisione, ci riconciliammo, fu forse uno dei fine settimana più belli della mia vita e rimasi incinta.
Scoprii che aspettavo un figlio qualche settimana dopo, durante la nostra vacanza in Grecia.
Mi sentivo spesso strana, soffrivo di vertigini e difficoltà di respiro … cercavo di non farci caso e prendevo gocce per la pressione bassa.
Un pomeriggio in spiaggia mi prese una tale nausea che non ce la feci più a resistere sotto il sole ; credevo di avere fame ed andammo a mangiare qualcosa, così mi passò.
La mattina dopo cercai di alzarmi dal letto ma le vertigini me lo impedirono : la stanza mi girava tutt’intorno e dovetti ributtarmi sul cuscino.
Continuavo ad attribuire tutto alla pressione bassa ma mi sentivo malissimo e passai la giornata a letto dormendo addosso a Luca.
Il sospetto però cominciò a farsi strada dentro di me ; prima di partire avevo avuto una specie di perdita ematica. Avevo ritenuto che fossero mestruazioni, ma il flusso stranamente s’era arrestato dopo qualche ora.
Abituata ai continui alti e bassi del mio ciclo mestruale non ci avevo fatto caso più di tanto.
Invece avrei dovuto pensarci e considerare che il mio ciclo mestruale da un po’ di tempo era piuttosto regolare.
Ho saputo istintivamente di essere incinta fin dal primo momento e questa è la cosa più sconvolgente ; ho sentito mio figlio dentro di me prima ancora che lui fosse un’entità grande quanto un micron.
Ci trasferimmo a Santorini dopo una settimana e come arrivammo nell’isola riuscimmo a trovare una sistemazione di fortuna in centro.
Noleggiammo uno scooter per fare un giro dell’isola e, appena partiti dall’autonoleggio, dirigendoci a fare benzina, Luca utilizzò bruscamente il freno posteriore e facemmo un volo di qualche metro rischiando di ammazzarci.
Io caddi malamente sul fianco, lui partì scivolando di spalla sull’asfalto e solo per caso non battemmo la testa.
Mi rialzai a fatica … mi sentivo tanto strana, tutto intorno a me sembrava ovattato, come di cotone ; per un po’ non mi ci raccapezzai e mi sentivo malissimo.
Probabilmente rischiai seriamente l’aborto ; evidentemente però mio figlio DOVEVA nascere e si aggrappò a me con tutte le sue forze superando anche quel botto : ormai ero certa che esisteva.
Poche ore dopo in un market dove eravamo andati a comprare del caffè passai davanti al banco dei formaggi e poco ci mancò che svenissi per il forte odore dei caci : dovetti scappare fuori con la mano sulla bocca in preda a conati di vomito.
Tornando a casa ci fermammo in una farmacia e chiesi disinvoltamente in inglese un test di gravidanza alla commessa ; ascoltavo le sue spiegazioni mentre la mia testa se ne andava da un’altra parte.
Cosa avrei fatto, cosa sarebbe successo se fossi stata davvero incinta ?
Una volta a casa la prima cosa che feci fu precipitarmi in bagno a fare il test ; non ne potevo più di quell’incertezza, di quello stare sospesa tra la realtà e la possibilità, volevo sapere e fosse quel che fosse.
Chiusi la porta del bagno e quella della mia vita fino a quel momento.
Perché ero incinta.
Piangevo, tremavo come una foglia e Luca cercava di calmarmi : mi sentivo perduta, vedevo tutto il mio futuro correre veloce come un treno, un treno perso, io non sarei stata a bordo.
Ora, proprio ora che stavo cominciando a stare bene, ora che la mia vita stava tra le mie mani, ora che amavo, che vivevo pienamente, arrivava questa mazzata, questo figlio di cui non sapevo cosa fare, un figlio che mi avrebbe inchiodata per sempre alle responsabilità connesse alla sua esistenza.
E Luca ? Cosa avrebbe fatto lui ? Mi avrebbe lasciata da sola a risolvere quel problema grande come una montagna o mi sarebbe rimasto a fianco ?
Una volta passata l’euforia del primo istante tutti e due avevamo cominciato a ragionare ed a renderci conto di ciò che significava.
Io ero uscita con un bicchierone di gin tonic in una mano ed una sigaretta nell’altra e mi ero rifugiata in un angolo del giardino ; bevevo, fumavo, piangevo e non ci capivo niente.
Mi sembrava che fosse tutto un brutto sogno.
Poi c’eravamo calmati, avevamo iniziato a discutere, a cercare di capire quando poteva essere successo e tutti e due fummo sicuri che doveva essere stato durante il week end in cui ci eravamo riconciliati ; tutte quelle stupidaggini sulle mie balle sembravano così remote e prive di senso ormai !
Prima di cena avevamo discusso animatamente ; io temevo le reazioni della mia famiglia e l’idea di rivelare la mia condizione ai miei mi terrorizzava.
Finimmo per litigare pesantemente e piansi fino a non avere più fiato in corpo.
Luca andò a farsi una doccia ed io uscii senza meta ; non sapevo dove andare, cosa fare, mi sentivo finita ; in quel momento realmente non sapevo ciò che facevo.
Uscii dal cancello e mi ritrovai in strada ; l’attraversai ed imboccai una strada in discesa ma non avevo idea di dove portasse, né di dove volevo andare io.
Mi ritrovai davanti una vecchia greca ; avanzava faticosamente nella mia direzione con due borse della spesa, a capo chino, tutta vestita di nero e con un gran fazzolettone in testa.
Poggiò a terra le borse e mi fermò per dirmi qualcosa : avevo gli occhi pieni di lacrime piantati nei suoi occhi nerissimi … lei mi parlava in greco, io le risposi in italiano e andammo avanti così per un po’.
Mi prendeva le mani e mi parlava in tono dolce e gentile, e io stavo lì e sorridevo tristemente e le parlavo e ancora oggi non so che cosa le dicessi.
Uscimmo per cena e andammo a prendere l’aperitivo in un baretto posto a gradonate sul mare per assistere al tramonto : mi sentivo da cani.
Portavo un paio di jeans stretti da schiattare e un top bianco corto che mi lasciava scoperta la pancia abbronzata ; consideravo il mio corpo, non mi era mai piaciuto tanto come quella sera, era perfetto … e pensavo che presto non sarei più stata così, che mi sarei sformata, allargata, che sarei ingrassata e imbruttita.
Pensavo al mio lavoro che amavo e che avrei dovuto lasciare, pensavo alla mia famiglia, ai miei amici, ai divertimenti e ai viaggi cui avrei dovuto rinunciare, ai miei sogni nel cassetto che sarebbero sfumati via.
E continuavo a piangere mentre Luca mi osservava impotente, senza saper cosa fare.
Ricorderò per tutta la vita quel momento perché qualcosa si spezzò dentro di me : stravaccata sulla sedia piansi disperatamente buttando giù un Negroni che mi stordiva nel sole rosso-arancio del tramonto e mi abbandonai alle note di Caruso in sottofondo mentre un brivido mi percorreva la schiena.
Quando una donna diventa madre, appena sa di aspettare un figlio e questo figlio ancora non è in grado di manifestare la sua presenza fisicamente, tutta la vita di questa donna cambia da quel momento in avanti, cambia per sempre e senza che vi sia possibilità di appello, di riprendersi ciò che perde : perché quando una donna diventa madre perde qualcosa per acquistare qualcos’altro.
E’ difficile a parole, ma cercherò di spiegare ciò che provai io in quel momento.
Credo sia una sensazione psicologica esclusivamente propria della donna. Non dell’uomo, perché lui non porterà dentro per nove mesi quel figlio, non lo sentirà muoversi, non lo partorirà come la donna, soffrendo un dolore che non ha mai provato prima e che è nuovo e al tempo stesso antico come il mondo.
Perché una donna che partorisce si sente spaccata in due eppure forte come una roccia, come se in quel momento dentro di se sapesse che si prende la sua rivincita sul mondo e sulla vita e la realtà più tremenda della vita : la morte.
Perchè una donna che diventa madre perde per sempre la sua individualità per sdoppiarsi in un altro individuo che porterà dentro una parte di lei ; non potrà più pensare a se stessa senza prima pensare a suo figlio, fare progetti per la sua vita senza prima considerare la vita di suo figlio …
E questo figlio sarà un individuo indipendente da lei, potrà vivere la sua vita, fare i suoi progetti, provare sensazioni e sentimenti propri indipendenti da sua madre ; ma lei - sua madre - per il resto dell’esistenza e fino alla morte dovrà sentirsi divisa, dovrà chiedersi dov’è suo figlio, se sta bene, se soffre o gioisce, se ama o odia, se …
Una donna che sta per avere un figlio perde una parte della sua vita per acquistarne un’altra più grande, più piena : ma questo ci ho messo un po’ per capirlo ed accettarlo.
Quando mi resi conto di aspettare un figlio sapevo solo che avevo appena cominciato a stare meglio, che avevo appena spezzato le catene della mia dipendenza dal cibo e dalla famiglia, che avevo cominciato a spiccare i miei primi voli, sperimentando la mia indipendenza, la mia voglia di vivere, il mio “essere” qualcuno su questa terra. Non avevo neppure avuto il tempo di assaporarla questa libertà nuova, il tempo di fare progetti senza che fossero condizionati dalla mia ossessione, di viaggiare senza paura di stare male, senza la preoccupazione di abbuffarmi, vomitare, mentire, nascondermi.
Ora, proprio adesso, arrivava questo figlio a mettermi una nuova catena, un laccio che mi avrebbe tenuta prigioniera per tutta la vita ; non ero pronta per quell’esperienza e forse non lo sarei stata mai.
Mi sentivo in trappola e pensavo al passato ed all’orrore che avevo vissuto, pensavo al presente e mi sforzavo di accettarlo.
Quella parte della mia vita era terminata ; avrei tenuto mio figlio comunque fosse andata, con o senza Luca, con o senza l’aiuto della mia famiglia.
L’avrei portato dentro, l’avrei partorito e cresciuto ed amato perché era mio e di nessun altro ; non mi restava che lasciarmi andare, senza più controllo sugli avvenimenti, ed aspettare che tutto si compisse.
Naturalmente non fu tutto così semplice ; il resto della vacanza trascorse in un clima di tensione. Eravamo scornati entrambi e non avevamo più voglia di divertirci, ma avevamo deciso di comune accordo che avremmo fatto del nostro meglio per non rovinarci la vacanza e che una volta a casa avremmo pensato al da farsi.
Vomitavo dappertutto : la nausea si era impadronita di me e non riuscivo a mangiare più nulla. Dopo ogni pasto partivo in bagno dovunque fossi ed ero costretta a liberare lo stomaco per poter stare meglio e così andò fino alla fine della vacanza.
I miei genitori rimasero di sasso ; credo che non si aspettassero mai un’eventualità come quella che rivelai.
Mio padre non disse nulla e se ne andò ; mia madre mi chiese che intenzioni avevo a riguardo del bambino e che intenzioni aveva Luca nei miei riguardi.
Le dissi che non intendevo gettare al vento la possibilità di diventare madre, forse l’unica che avevo, e quanto a Luca dovevamo ancora parlare di molte cose ; l’unica cosa che mi era chiara era che avrei dovuto sacrificare molto di ciò cui tenevo per la difficile scelta che avevo fatto.
I miei genitori – pur sollevati per la mia decisione di tenere il bambino - si schierarono contro di me lasciandomi arbitra delle mie decisioni ; mi contrastavano, mi rendevano le cose difficili, mi rimproveravano … mancavano ancora pochi giorni prima che rientrassi al lavoro e cercavo di approfittarne per sistemare tutte le cose che mancavano.
Feci la prima ecografia e vidi per la prima volta mio figlio dentro di me ; un piccolo, minuscolo esserino la cui forma appena accennata mi commosse fino alle lacrime.
Mi alzavo ogni mattina in preda alle nausee dopo notti insonni e solo il caffè riusciva a placare i miei malesseri, sentivo costantemente un sapore metallico in bocca e non avevo mai fame.
Mi sentivo molto sola in questo periodo e provavo la strana sensazione di essermi staccata per sempre dalla mia famiglia ; non mi sentivo più a casa mia, non stavo più bene nella mia stanza, non riuscivo più a parlare con i miei genitori.
Piangevo molto cercando di farmi una ragione di tutto quanto e stringevo i denti : mio figlio aveva bisogno di me.
Smisi completamente di abbuffarmi e vomitare ; improvvisamente come era stata sconvolta un secolo prima, la mia vita rientrò rapidamente su un binario regolare.
Mangiavo correttamente, riposavo molto, cercavo di fare tutte quelle cose che il medico mi consigliava mentre evitavo tutto ciò che poteva essere pericoloso nel mio stato.
Pensavo a mio figlio, al suo benessere, temevo per la sua vita e non potevo più farmi del male né fargli del male ; me lo figuravo dentro, mentre cresceva, mentre si nutriva di me, cercavo di sentirlo, di parlargli e spiavo il mio corpo ed i suoi mutamenti, il mio ventre che si ingrossava : mi pesavo ostinatamente ogni giorno più volte.
Sopportavo stoicamente tutti i disturbi della gravidanza, le nausee, le emicranie, i fastidiosi mal di schiena.
Avevo il terrore che la caduta di Santorini avesse potuto in qualche modo danneggiare mio figlio.
Io e Luca ci siamo sposati a dicembre, soltanto nove mesi dopo quella strana festa di Carnevale dove c’eravamo conosciuti !
Quanto a me, alla gravidanza, debbo dire che è stata un’esperienza bellissima ed al tempo stesso estremamente difficile ; ho sofferto molto e non è stato un periodo facile, soprattutto dal punto di vista psicologico, emozionale.
Mio marito mi ha aiutata molto ad affrontare i momenti difficili e quando ho partorito lui per primo ha preso in braccio nostro figlio.
Ho sofferto di attacchi di panico durante tutta la gravidanza ; avevo la continua sensazione di essere in trappola, di soffocare e negli ultimi tempi non riuscivo più a muovermi di casa per paura di stare male, di trovarmi in preda ad un malessere, di svenire.
Soffrivo di tremende crisi di panico in macchina, da sola in autostrada, in mezzo al traffico, nei negozi : mi sentivo al sicuro soltanto a casa mia e giravo perennemente con il cellulare aperto per chiedere aiuto nel caso mi capitasse un attacco.
Sperimentare la sensazione di totale mancanza di controllo sugli avvenimenti è stata un’esperienza sconcertante : abituata com’ero a controllare ogni cosa della mia vita, compreso il mio corpo, mi sono trovata spiazzata in gravidanza.
Mio figlio cresceva dentro di me, mi invadeva giorno dopo giorno, occupava il mio grembo e condizionava le manifestazioni di tutto il mio organismo impedendomi di muovermi agevolmente, di respirare bene, di dormire come avrei voluto.
Durante gli ultimi mesi di gravidanza non riuscivo più a mangiare, a respirare a pieni polmoni, mi muovevo come un pachiderma, dormivo su un fianco e sempre nella stessa posizione.
Nell’ultimo mese le contrazioni mi tormentavano e temevo di partorire sola, senza nessuno vicino poiché Luca partiva al mattino presto e rientrava a tarda sera ed il mio appartamento distava 20 km. da casa dei miei genitori.
Probabilmente tutto ciò che è accaduto così rapidamente, le decisioni che mi sono trovata a dover prendere in fretta e furia … lasciare il mio lavoro, trasferirmi in un’altra città – quella di mio marito – lasciare la mia famiglia, i miei amici … tutto ciò deve aver fatto vacillare il mio fragile equilibrio.
Ho dovuto andare in terapia per poter arginare il problema ; gli attacchi di panico sono spariti dopo il parto.

Mio figlio è nato il primo aprile 2001 : lo chiamo il mio “pesce d’aprile”. Il mio tempo scadeva qualche giorno dopo, ma lui ha pensato bene di farmi una sorpresa anzitempo : l’abbiamo chiamato Lorenzo.
Quando è nato pesava 3 chili e 340 grammi.
Dopo aver passato 20 anni a lottare con il cibo è così strano oggi ritrovarmi a nutrire mio figlio.
L’ho allattato integralmente fino al sesto mese.
Oggi gli insegno i primi rudimenti dell’alimentazione e sto molto attenta alla sua dieta : devo essere ben sicura che sia ricca e varia in modo da fornirgli proteine, vitamine e tutto ciò di cui ha bisogno per crescere sano e forte.
Non ho più avuto problemi con l’alimentazione ; cerco di mangiare correttamente e sto molto attenta a ciò che mangio ; mi preme soprattutto stare bene ma non riesco a perdere la vecchia, stupida abitudine di pesarmi ogni mattina.
Mi accade ancora di svegliarmi improvvisamente la notte, in preda ad un incubo ricorrente, a volte grido : sogno che sto mangiando e che la mia pancia è piena da scoppiare e che poi non potrò vomitare.
Da questo non “guarirò” mai … tutto ciò che ho vissuto lo porterò dentro di me, nel cuore, nell’anima, nella mente, nei ricordi, fino alla fine dei miei giorni.
Sono serena e questa e la cosa più importante dopo l’inferno che ho vissuto per tanti anni.

Debbo ringraziare chi, al mio fianco, ha percorso questa strada tormentosa e difficile, aiutandomi a proseguire, chi mi ha ascoltata e capita e non giudicata, chi ha saputo guardare al di là dei fatti ed ha compreso le mie sofferenze, chi mi vorrà bene da adesso in avanti e nonostante tutto.
In fondo a questa mia strada c’è una luce ed ora, finalmente, riesco a vederla : quella luce sono io.

31.12.2001

 
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(CC) beneinst.it  di Gerardo D'Orrico.