sed etiam. il prezzo del silenzio.  Storia dell'inferno che abbiamo vissuto.                                         

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  di Alessandra Erici  
  * bellatrix-2002@libero.it  
 
1 diario in PDF
 
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  A Mario, a Paola, a tutti coloro  
  che non ce l’hanno fatta.  
  A Lucia e Franca per la loro amicizia.  
  A Clelianna per l’affetto e le preghiere.  
  A mio marito Luca e mio figlio Lorenzo.  
  Ai miei genitori.  
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  Premessa  
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Da decenni ormai non si fa altro che parlare di diete, le riviste sono piene di consigli di bellezza, di foto raffiguranti modelle perfette, ragazze giovani, magre, belle e abbronzate ; è un messaggio martellante cui è impossibile resistere, perciò prima o poi tutti ci facciamo un esame obiettivo.
Parallelamente a questa mania per la forma fisica e l’esteriorità, esiste un mondo in cui la magrezza e la forma fisica hanno canoni totalmente diversi da quelli della carta patinata e che rasentano l’assurdo ; qui la “linea perfetta” si raggiunge a prezzo di grandi sofferenze : è il mondo dell’anoressia mentale, della bulimia, dove vivono persone che hanno gravi problemi con l’alimentazione.
Se ne parla già da un po’ e si sono viste spesso trasmissioni televisive cui partecipavano, ad esempio, ex anoressiche guarite e felicemente avviate verso un’esistenza normale, oppure ancora anoressiche dichiarate esposte all’attenzione generale attraverso la TV ed i giornali e poi condannate – una volta calato “il sipario” – a dover affrontare quotidianamente l’attenzione morbosa della gente dei luoghi in cui vivono, la quale spesso è meno comprensiva e generosa di quella che ti ha seguito per una sera e poi ha chiuso la TV.
E poi naturalmente libri, articoli, dibattiti, seminari, interviste, congressi …
Ho seguito tutto questo nel tempo pensando che indubbiamente fosse una buona cosa e poi ho considerato il mio lungo silenzio ed il prezzo che ho pagato per mantenerlo tale.
Il silenzio a volte può fare più male di tutta la confusione del mondo e questa è la storia di un silenzio durato 20 anni, del mio silenzio.
Da quest’idea è nato questo libro, pagine e pagine di scritti che ho raccolto in vent’anni della mia vita e che mai avrei pensato di concretizzare in questo modo, pagine che per tanto tempo sono rimaste nel fondo di un cassetto.
Cio’ che io chiamo “il prezzo del silenzio” è il prezzo che ho dovuto pagare per non aver mai potuto parlare del problema per il quale ho sofferto per tanti anni. Un problema di cui certo ho parlato agli “addetti ai lavori” e quindi è come se non fosse mai stato rivelato; sono vissuta per 20 anni vergognandomi e colpevolizzandomi per ciò di cui ho sofferto al punto da sentirmi un mostro.
Se soltanto ne avessi parlato, se avessi avuto il coraggio di dire alle persone che ho conosciuto, alle molte che avrebbero potuto capire : “Salve, sono Alessandra ed ho un problema con il cibo ; ma al di là di questo sono un essere umano come tutti gli altri …” forse mi sarei sentita meglio, forse avrei cominciato ad uscirne, forse non sarei vissuta per un’infinità di tempo sentendomi diversa, colpevole.
Non ho scritto questa storia per guadagnarmi la fama, l’attenzione, la popolarità ; l’ho scritta per denunciare una situazione ed uscire dal buio.
La mia speranza, parlando di tutto ciò che ho vissuto, è che chi mi leggerà possa rendersi conto di ciò che significa soffrire di un problema dell’alimentazione, tormentare se stessi ed i propri familiari inseguendo il mito di una perfezione che non esiste.
La mia speranza è che dalla mia e dalle molte testimonianze che sono venute e certamente verranno dal silenzioso mondo di chi soffre di anoressia mentale, di bulimia, di disturbi dell’alimentazione, possano derivare sempre più numerosi e validi suggerimenti per combattere, sconfiggere ma prevenire soprattutto, queste dolorose situazioni.

Dedico questo libro a mia madre, la persona che – come si vedrà – è stata la più importante della mia vita, colei che più mi ha amata e sostenuta nei momenti di dolore e di disperazione, che non mi ha mai lasciata andare.
Potrà sembrare che mi abbia amata troppo e che questo suo tenace amore mi abbia impedito per molto tempo di trovare il mio spazio nella vita ; è probabile, ma se anche fosse non gliene faccio una colpa ; mi ritengo anzi molto fortunata per essere stata amata così tanto.
Lei mi ha voluto talmente bene da soffrire con me per tutta questa brutta situazione ; ed insieme a me, più di qualsiasi altro membro della famiglia, ha pagato il prezzo del silenzio.
Non ho rimproveri da fare né colpe da attribuire a nessuno : mi limito a prendere coscienza di uno sbaglio che tutti abbiamo commesso e di cui nessuno è realmente responsabile.
Infine, un doveroso grazie al mio terapeuta Dott. Moreno Blascovich per aver creduto in me e nel mio lavoro.

 
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  Io ...  
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  Il mio nome è Alessandra e per 20 lunghi anni ho avuto un problema con il cibo...
Credo che questo debba essere l’esordio, proprio come se mi trovassi a partecipare ad una terapia di gruppo, quando una persona prende la parola alzandosi in piedi ed affrontando molte paia di occhi puntati su di lei : prende il coraggio a due mani e proferisce questa frase, l’ammissione di un problema che per anni è stato negato, ignorato… ma si tratta anche e soprattutto di una richiesta di aiuto, della volontà di uscirne, di guarire.
Fino a che queste parole non riusciranno ad uscire, denunciando un problema che per un’infinità di tempo ci siamo sforzati di nascondere a prezzo di grandi sacrifici ed una quantità di bugie, io credo che fino a quel momento non ci rendiamo conto del buio in cui per anni abbiamo vissuto.
Questa che racconterò è la mia storia, ma è fondamentalmente tutto quanto mi sono sforzata di ammettere con me stessa per anni, cercando di spiegare, di capire, spesso non riuscendoci, ingannandomi ed ingannando.
Oggi che tutto è finito ho 35 anni ed ho iniziato ad avere problemi con il cibo all’età di 14 anni: ma il mio disagio, la mia fatica di vivere io l’ho avvertita molto prima e – forse - è nata con me.
Fino all’età di 14 anni, pur avvertendo una sensazione “sotterranea” ma costante di inadeguatezza, di malessere, non avevo la possibilità psicologica, lo sviluppo mentale necessario a spiegarla, ad analizzarla ed eventualmente affrontarla. Convivevo con questo disagio nel protettivo rifugio della mia famiglia, ove certamente possedevo un’identità mia, un posto, dei compiti ed un riconoscimento – in qualche modo – per ciò che ero.
Con l’avvento dell’adolescenza e del periodo in cui ci si pongono le classiche domande : “chi sono, dove vado, cosa voglio ...” mi sono trovata a cercare dentro di me quelle risposte che normalmente ci dovremmo dare e che, alla fine della burrasca “maturativa”, finiamo per darci.
Ed è da questo momento che tutto è partito. Mi sono interrogata per 20 lunghi anni, intraprendendo un’assurda battaglia con me stessa in una spirale pericolosa ed autolesiva del cui ricordo non potrò mai veramente liberarmi.
Mi sono colpevolizzata perché non riuscivo ad affrontare i nuovi avvenimenti che caratterizzavano la mia vita, non sapevo gestirli ed anzi mi spaventavano al punto che li evitavo, demandando sempre ad altri – mia madre, gli amici, le altre persone – il compito di darmi le giuste risposte o la soluzione ai problemi.
E mentre gli anni passavano continuavo a perdere tempo, con dentro di me l’assurda pretesa che sarei rimasta sempre giovane, che il tempo non sarebbe passato, che non sarei mai invecchiata e morta, che l’indomani tutto sarebbe finito così come era incominciato … inspiegabilmente.
Forse non mi rendevo ben conto che tutto ciò era grottesco, sbagliato, lesivo, tremendamente assurdo.
Era come se io fossi – ed a volte così mi percepivo – sdoppiata in due persone diverse, una buona e raziocinante, coerente, matura, ed una cattiva, irragionevole, egoista e senza sentimenti.
E quella buona – e viva – se ne stava impotente al di fuori di tutto, intenta all’osservazione dell’altra che giorno dopo giorno si affannava, soffriva, si distruggeva.
Ad un certo punto la mia memoria ha difettato. Erano talmente tanti i giorni passati dall’inizio e trascorsi in questo strano e pericoloso mondo, erano talmente tanti gli avvenimenti che avevano costellato questi anni e tutti – me ne rendo conto solo ora – ugualmente gravi, che la mia mente finiva per accantonarli, per dimenticarli, come se io non ci fossi stata mai.
Ed il ricordo si faceva sfocato e rischiava di andarsene.
Così cominciai, molti anni fa, a buttare giù su dei fogli di quaderno quanto stavo dimenticando, quanto mi sfuggiva, tirando fuori tutto, assolutamente tutto. Perché non era giusto dimenticare questa parte di me, della mia vita, che mi era costata così tanto in termini di tempo, di salute, di serenità, di opportunità perdute, di scelte mai fatte, di anni mai veramente vissuti.
Poi un giorno, riordinando quel cassetto in cui tenevo tutti quei fogli alla rinfusa, una massa di scritti disordinati ed eterogenei, rileggendoli mi sono resa conto che la mia vita degli ultimi anni era tutta lì, su quei fogli e dentro di me, e ciò che ho provato è stato improvviso.
Per 20 anni ho chiuso dentro di me ed in un cassetto un problema che era lì, presente, ma che continuavo a negare a me stessa, inconsciamente, ed agli altri, razionalmente, perché sapevo che se ne fossero venuti a conoscenza li avrei probabilmente “perduti”.
La mia paura più grande, in questi 20 lunghissimi anni e fin da quando nacqui, è sempre stata quella di essere abbandonata : dai miei genitori, dagli amici, dai colleghi, da chiunque, in ragione di ciò di cui soffrivo, della mia malattia.
Eppure è strano : ho vissuto con il mio problema per tutto questo tempo e sono riuscita tutto sommato ad avere una vita regolare : un lavoro, degli amici, degli amori ... avvertendo costantemente la sensazione che mi mancasse qualcosa.
E non so perché sentivo che, fra tutte le cose della mia vita, quel “qualcosa”, quell’indefinibile “qualcosa” era la più importante, la fondamentale : oggi so che si trattava di me stessa.
Sono vissuta tutto questo tempo punendomi, autodistruggendomi perché non riuscivo ad essere come gli altri – mia madre, gli amici, gli uomini – volevano che fossi. Mi sentivo colpevole perché non potevo soddisfare i loro desideri, le loro aspettative e quando ci riuscivo, a prezzo di enormi sforzi, non andava mai bene.
Ma io, IO perché non potevo essere semplicemente ciò che ero, imperfetta come qualunque altro essere umano, con i miei desideri e le mie speranze, sempre troppe, e le mie aspettative e tutto ciò che mi giustamente mi aspettavo dalla mia vita ?
Quando ho capito questo, quando ho deciso di “vedermi” veramente – perché esistevo, esisto – ho cominciato a cambiare, a stare meglio : e ciò che ho visto non era poi tanto male.
Non c’è strada che io e la mia famiglia non abbiamo intrapreso per risolvere il mio problema, che se all’inizio poteva essere solo “mio”, con il passare degli anni divenne IL PROBLEMA di tutta la famiglia, attorno al quale ruotavano le nostre giornate, dal quale dipendevano gli umori, i dissapori, e le rare gioie che condividevamo.
Ricoveri in ospedale, colloqui con psicologi, neurologi, psichiatri, ciarlatani, cartomanti, pranoterapeuti, preti esorcisti, gente comune e non ricordo che altro: niente, assolutamente niente riuscì – per molto tempo - a risolvere la situazione.
La mia vita è molto cambiata rispetto all’inizio della mia malattia : avevo 14 anni ed ora ne ho 35 e spesso non riesco a capacitarmi di come gli anni abbiano potuto trascorrere così velocemente senza che io me ne rendessi conto… e poi realizzo che in fondo non li ho vissuti io quegli anni - io come sono ora - ma un’altra persona.
Quella malata, quella debole, quella tormentata.
E quella persona non poteva rendersi conto degli anni che passavano, perché per lei i giorni erano tutti orribilmente uguali, ossessivi, statici.
Spesso sono arrivata a desiderare la morte come unica via d’uscita da una trappola che io stessa, inconsapevole, mi ero costruita con le mie mani e della quale ero prigioniera ogni giorno, ogni ora del mio tempo, senza scampo.
Chi può dire se veramente non fossi io stessa a non volerne uscire, a rifiutarmi di crescere ?
Ma il mio istinto di conservazione credo, il mio amore per la vita e per la natura, la mia fede in Dio e nel suo disegno secondo il quale non avrei potuto essere venuta al mondo per essere così inutile e senza senso come mi sentivo, mi hanno fatto capire che volevo questa vita più di qualsiasi altro essere umano sulla faccia della terra, proprio perché avevo perduto così tanti anni dietro ad un mito che si era rivelato fasullo, senza reale consistenza, e sul quale avevo poggiato tutta la fragile struttura del mio “io”.
Perché, in tutti questi anni in cui ho vissuto fianco a fianco con la possibilità reale di concludere la mia esistenza più facilmente di molte altre persone, non c’è stato un solo attimo in cui, nel dolore, non abbia desiderato aggrapparmi con ogni fibra del mio essere al fragile filo della mia vita in questo mondo, anche in una tale situazione.
Ho capito dopo, molti anni dopo, che se c’ero, se esistevo, era perché ero parte di un disegno misterioso ed incomprensibile. La mia vita non poteva essere senza senso, avevo diritto ad un mio posto nel mondo ed avevo il dovere di pretenderlo, perché era solo mio.
Non ho mai potuto capire veramente che cosa mi abbia precipitata nella trappola dell’anoressia mentale prima, e della bulimia poi ; posso ipotizzare che si sia trattato di un’adolescenza vissuta male e male accettata, di una femminilità rifiutata ad ogni costo, fino all’estremo limite.
Ma, ad un certo punto del mio cammino, non ha più avuto importanza per me conoscere le ragioni : mi rendevo conto che avrebbero pututo essere molteplici e tutte indubbiamente giuste, che avrei potuto ragionarci sopra per anni e non venire a capo di nulla.
Ciò che ad un certo punto è divenuto di importanza vitale per me è stato capire chi ero in realtà, cosa volevo, su quali aspetti della mia personalità avrei potuto contare una volta liberi per sempre dai condizionamenti psicologici della malattia.
Non mi interessa più cercare cause, effetti, colpevoli. Tutto ciò che ho perduto, tutto ciò che ho pagato per questa ricerca assurda non potrò più riaverlo e non mi basterà il resto della vita per recuperare.
Una cosa ancora però posso fare : posso impegnarmi al meglio, da ora in avanti, perché il tempo che mi resta sia vissuto ancora più intensamente, nella piena consapevolezza di me stessa, di ciò che rappresento e sono, di ciò che valgo.
E per fare tutto questo è necessario che io distrugga quel silenzio dentro al quale sono vissuta per tutti questi anni.
Ho sempre vissuto la mia situazione come una vergogna e questo atteggiamento mi veniva inconsapevolmente suggerito dai miei genitori, che a loro volta si vergognavano di me e di ciò di cui soffrivo.
Di me figlia, non potevano mai parlare liberamente : un senso di ritegno caratterizzava sempre i loro discorsi su di me con le altre persone.
E la parola schifo ricorreva spesso nelle liti in famiglia. Schifo per ciò che facevo, per come vivevo ogni giorno, per come li costringevo a vivere. E schifo ero anch’io.
Questo senso di vergogna io l’ho assorbito e fatto mio per tanti anni, mentre mi pregiudicava anche nel sociale, dato che mi sentivo sempre inferiore, inadeguata, fuori posto ; purtroppo però non si è trattato solo di questo.
Si è trattato anche di una lunga serie di bugie, di dover inventarsi una vita diversa da quella che realmente era, per poter mantenere un posto di lavoro, per poter giustificare alcuni miei strani comportamenti con amici e conoscenti, gli improvvisi sbalzi di umore, gli accessi ingiustificati di maleducazione estrema, le crisi di pianto, la mia salute fragile e traballante, la mia magrezza impressionante di allora.
Non voglio più tacere, non posso più provare vergogna per ciò che ho vissuto, non è stata colpa mia, se avessi potuto fermare tutto questo, evitarlo, l’avrei fatto.
Senza cadere nella retorica, oggi affermo che la sofferenza fa parte della vita ed è toccata anche a me : questo, purtroppo, è tutto.
Se avessi potuto parlare senza vergogna, se tutti noi avessimo potuto parlare, forse non avremmo sofferto tutto ciò che abbiamo passato insieme.
Ma parlare non era possibile : nel nostro piccolo paese saremmo stati frettolosamente giudicati una famiglia di pazzi, dove si consumava quotidianamente un dramma che tutti avrebbero considerato da fuori e criticato, forse ci saremmo meritati denominazioni e conseguenze indesiderabili soprattutto per i miei che tenevano così tanto al loro “onore” presso la gente .
In questo luogo per misurare l’onore si utilizzavano parametri molto ristretti … tutto sommato, credo sia stato meglio così.
Ho cercato di curarmi, di uscirne, tentando ogni strada e con ogni mezzo possibile, forse con poca convinzione a volte e di questo parlerò diffusamente.
Spesso ho sbagliato ed ho dovuto faticosamente risollevarmi ed andare perché la vita non mi ha mai permesso di fermarmi e questa è stata la mia fortuna, la mia salvezza.
Tutto questo non è vergogna, è il coraggio di dire finalmente chi sono e da dove vengo.

La mente umana è un mistero che, come ogni mistero, può rivelarsi affascinante e pericoloso.
Se un giorno qualcosa, qualcosa di infinitamente piccolo nel suo delicato ingranaggio dovesse cominciare a non funzionare più, dovesse smettere uno dei suoi complicati movimenti, ecco … quel giorno un meccanismo pericoloso, sottile, eppure terribilmente attraente si sarà messo in moto.
Qualcosa come l’anoressia mentale.
Questa è l’unica, la reale spiegazione che voglio dare a ciò che mi è successo, a ciò che ho vissuto. Ci si trova prigionieri in una trama, come una delicatissima ma tenace tela di ragno, senza poter attuare una valida difesa perché non si sa da dove abbia origine questo malessere : è dentro di te e non ti da tregua, ti tortura incessantemente.
E non esistono medicine da prendere, medici che ti possano chiarire le cause materiali di tutto questo sfacelo che senti dentro la testa : non esistono cause… solo ipotesi.
A volte, con l’aiuto qualificato di persone che un giorno – magari con una sola parola – spezzano la corazza durissima che ci siamo costruita addosso per poter sopravvivere, per non morire, si può uscirne.
E quel giorno probabilmente il complicato sistema che regola la nostra mente riprenderà lentamente il suo corso di prima, con un po’ di fortuna forse non saranno intervenuti danni irreversibili al corpo così torturato.
Di certo non ritroveremo mai più la stessa persona di un tempo: la malattia, dopo averla distrutta, annientata, ne avrà creata una nuova, più forte, più consapevole, PIU’ VIVA.
Dentro di noi rimarremo un po’ delusi perché, in effetti, non ci è stata data nessuna reale spiegazione e – forse - ci sentiremo un po’ gabbati per aver pagato un prezzo troppo alto rispetto al valore di ciò in cui abbiamo creduto per tanto tempo.
 
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(CC) beneinst.it  di Gerardo D'Orrico.