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Il mondo che
il signor B visitava giornalmente ed al quale era legato da
amicizia e da rapporti di lavoro d'ambulante era un mondo di
gente semplice, di famiglie numerose, sempre in lotta con la
propria esistenza, un mondo di sacrifici e di sofferenze, nelle
cui famiglie, sia gli uomini sia le donne avevano sul volto una
tale perenne espressione di rassegnazione profonda che raramente
riuscivano a sorridere.
Le donne, quantunque giovani, sembravano vecchie anzitempo e gli
uomini, sempre grevi e pensierosi, si sentivano responsabili di
una situazione non creata e non voluta da loro Si trattava di
gente il cui comportamento era paziente e tollerante, capace di
ascoltare e di accettare ordini e contrordini da coloro che
detenevano il comando, il potere, la ricchezza, l'istruzione e
cultura, in genere, il tutto concentrato in pochissime persone.
Ovunque lo stesso modo di vivere. La sopravvivenza era data da
una certa quantità di animali posseduti e custoditi con cura e
da qualche rara prestazione giornaliera di lavoro nei campi, mal
retribuita, alle dipendenze di quelle poche persone benestanti.
Dopo un rapido, leggero sonno nella notte breve, fu di nuovo
pronto per il suo peregrinare d'ambulante.
Angela, sebbene sposata, era l'oggetto di tutti i suoi desideri
e da lei era diretto quella mattina. Attraversati il torrente e
la foresta di pini, lentamente si avviò verso quel fabbricato
che sporgeva a strapiombo sul dirupo.
«Mi chiedo come sia stato possibile costruirlo proprio lassù».
Non riusciva ad immaginare che il terreno si fosse potuto
sgretolare nel tempo fino a creare un profondo canale, lasciando
in solitària visione quel fabbricato che ora resisteva a tutte
le intemperie.
Figlia di Nicola Improta e Lidia Timpone, Angela rappresentava
una bellezza esotica in mezzo a quei luoghi solitari, per il cui
grande amore il signor B era arrivato un poco in ritardo.
«Amo Angela, ho bisogno di lei», disse tristemente, guardando in
alto, verso quel luogo che sembrava toccare il ciclo e che egli
intendeva raggiungere al più presto.
Ancora senza figli, perché questo era il desiderio di Angela, il
signor B pregava in cuor suo che lei non n'avesse mai con il
marito Fazio.
«E' così giovane! Non può ancora riempire la sua vita di figli».
Anche la madre di Angela la pensava allo stesso modo: « I figli
sono pensieri, preoccupazione per i genitori. Non esiste
provvidenza al mondo che possa sopperire alla responsabilità dei
genitori che
devono crescerli, educarli e preparar loro un avvenire».
«E' veramente difficile arrivare su quel cocuzzolo», andava
ripetendo il signor B, guardando con desiderio verso l'alto.
Angela che ora girovagava nello spiazzo antistante la sua casa,
ora scacciando le galline che starnazzavano, ora gatti affamati
e macilenti, ora accarezzando dei piccoli cani, lo vide in
lontananza dall'alto del cocuzzolo.
«Ci speravo proprio che venisse, sentivo il bisogno di veder
qualcuno». Si rivolse accattivante verso gli anziani genitori.
Angela bruciava anch'essa di un'intensa passione per il signor
B.
Lui: giovane, prestante, biondo. Lei: ugualmente bella,
coetanea, sola, scontenta della solitudine, con giornate
interminabili, nell'attesa della sera.
La mamma sembrava leggere nel pensiero della figlia. «Avevi
bisogno di vedere lui, non qualcuno », disse sottovoce con una
smorfia sulle labbra. Non approvava i futuri progetti della
figlia con la quale aveva appena finito di litigare ma ne
comprendeva la solitudine, la stessa che lei aveva sofferto da
giovane, da quando era diventata sposa di Nicola. Anche la vita
di Lidia era stata un'attesa di tristezza e perciò trattava sua
figlia come una fragile creatura bisognosa di tenerezza. Aveva
un'espressione di dolcezza sul viso. Tutto ciò che faceva o
diceva era indirizzato al bene della figlia. Il modo di agire
era semplice, lento perché meditato. Ricordò i lunghi anni
passati nella numerosa famiglia, Improta, quella del marito,
davanti al camino a preparare calderoni di polenta e nessuno che
avesse mai contestato il suo operato. La tavola lunghissima era
stata sempre pronta, sempre al completo e lei altrettanto
disponibile per far contento Fazio, i fratelli e tanti
occasionali amici. Aveva ritardato, d'accordo con il marito,
persino di aver figli. Ma un giorno la lunga convivenza era per
fortuna finita, perché Nicola aveva trovato una nuova masseria,
tutta sua, su quel cocuzzolo, dove Lidia aveva seguito suo
marito, dove Angela era nata e dove attualmente risiedevano.
Lidia era una donna mite, sorrideva appena, ma il suo viso
ispirava fiducia. Il tono della voce pacato, gli occhi sereni,
di un color grigio, mentre i capelli erano castani, come quelli
di Angela, lunghi ed avvolti in un rotolo di trecce sulla testa,
sostenuto da forcine di osso marrone.
Dimenticando le parole pungenti che aveva avuto con Angela,
cambiò tono di voce. « Mi raccomando», disse la madre,
rivolgendosi direttamente alla figlia.
«Mi raccomando...hai un marito lontano, sui monti, e questo lo
capisco, ma evita di creare rapporti con il signor B. Evita di
creare condizioni, che possano generare..., dico, malintesi,
sospetti o, Dio ti guardi, errori. Tuo marito, sono certa, lo sa
che da noi passano gli ambulanti, ma non vorrei che qualcuno
sparlasse di te».
La mamma di Angela sembrava preoccupata, forse perché, come
mamma, percepiva le difficoltà della figlia a resistere ad un
uomo, bello e simpatico, nonché di una disponibilità rara verso
il prossimo e verso la bellezza femminile, che Angela, nella sua
giovane età, impersonava e di cui il signor B n'era affascinato.
«Angela,» continuò la mamma,« sembra che il signor B abbia già
una fidanzata...»
«Lo so bene, mamma, lo so bene, ma io sono la più bella ragazza
del circondario, e me lo dice sempre il signor B, anche se
ridendo e scherzando, ed io non sono per nulla insensibile alla
sua attrazione, un prodotto di bellezza fisica, di buon parlare
e di istruzione. Si nota, si nota che sa il
fatto suo».
«Ma tu non devi contare su di lui», replicò la madre.
Di rimando la figlia: «A me non resta che andarmene altrove, non
finirò la mia vita tra attese e sospiri».
Pochi chilometri distanti, a picco sui dirupi, si guardavano
tristi nella solitudine delle colline, protese verso le vallate
sottostanti, le varie masserie, quella di Angela, dei nonni di
lei, e quella dei genitori di Fazio. Ma quanto diverse erano le
aspirazioni di Angela da quelle di Fazio. Per Fazio una vita
magra dietro i suoi animali, per Angela un desiderio costante,
ossessivo di allontanarsi da quei luoghi che le riempivano
l'animo di tristezza.
Angela: «Per raggiungere quel mondo, lontano, diverso, attivo,
dovrò fare un lungo cammino, e non sopprimere mai i sogni che
l'accompagneranno».
Sogni che la figlia avrebbe voluto raccontare alla mamma, la
quale invece la riteneva una sposa sicura, protetta dalle forti
mani di Fazio. La voleva felice accanto a lui e desiderava che
al ritorno dai pascoli gli corresse incontro spensierata ed
appassionata.
«Hai sposato un uomo della tua condizione sociale, un pecoraio,
un massaio; hai sposato Fazio, che è in grado di dare un
avvenire tranquillo alla tua esistenza».
«Sì, ma quando riesco a vederlo?». Angela era sola contro tutti,
contro le tradizioni, contro le ipocrisie e si poneva, creava
nel suo intimo mille argomenti per convincere se stessa e gli
altri che lì non era possibile vivere.
«Quando è disponibile. Quando i suoi impegni lo permettono». La
mamma guardava la figlia, in attesa di un benevole accenno di
consenso.
«Non appena i suoi animali lo permettono, vuoi dire!».
Sembrava una lotta personale di Angela. Una lotta da vincere per
decidere il proprio avvenire.
« Sono gli animali che ci danno da vivere».
La madre guardava Angela con tenerezza, ricordandole l'amore con
cui era stata cresciuta, di anno in anno, fino all'età del
matrimonio.
«Ma io voglio vivere in città, o quantomeno in un paese, dove
può esistere un rapporto umano. Quassù, in perfetta solitudine,
non voglio rimanerci».
Ora che Angela era diventata adulta, sposata, ed i giovanotti di
quei luoghi montagnosi erano ancora disposti a far pazzia per
lei, ora Angela non intendeva più rimanere in quei luoghi
solitari.
« Amo la vita, la diversità di tutto ciò che è tradizione, usi,
abitudini». Era innamorata dei sogni di benessere, del progresso
che difficilmente si sarebbero realizzati su quei monti.
Sembrava di impazzire, divampando nel suo animo una fiammata di
sdegno, mentre la mamma rimaneva ammutolita.
«Non potrai lasciarci per un'avventura», si limitò a dire la
madre. «Certo che se tu non fossi sposata, tutto sarebbe
diverso, ma tu sei sposata a Fazio e da poco tempo».
«Mi sono accorta di essere sposata, ma anche di essermi
pentita». «E' mio dovere dirti che Fazio è un buon partito».
«Io sono incapricciata del signor B, lui mi piace di più e per
Fazio non posso farci niente, sono affari suoi. Mi dispiace solo
di essermi sposata, senza comprendere le conseguenze di una vita
in solitudine. Non mi dispiace per niente di essermi accorta per
tempo di aver fatto un matrimonio senza avvenire».
La madre sembrava non ascoltare, ma perché non tollerava che
Angela andasse incontro ad un mondo sconosciuto, incerto, forse
oscuro.
La strada era interminabile ed il cammino del signor B diventava
sempre più difficoltoso man mano che la salita si faceva più
ripida. Si strofinò il naso con un fazzoletto di carta preso
dalla tasca e poi con lo stesso fazzoletto se lo passò sul viso
a detergere qualche goccia di sudore. Il peso della sua
mercanzia, necessaria al suo mestiere d'ambulante, lo
costringeva a ripetute soste lungo il cammino. I suoi occhi
vagavano verso la meta agognata, che si approssimava, ma per il
cui raggiungimento definitivo erano ancora necessari altri
affanni ed altre soste. Una sosta, forse l'ultima, infatti la
fece quasi subito sotto la quercia secolare, che abbondava
d'ombra e di fresco ristoratore, posta sul pianoro, che
delimitava la salita e da cui si snodavano gli ultimi metri di
strada pianeggiante che portavano diritti alla casa di Angela.
Il sole si posava sulla grande quercia, che ne veniva penetrata
dai raggi, creando un'armonia di colori con la terra rossiccia,
l'erba secca e le stoppie di grano rimaste sul campo dopo la
mietitura.
L'ambulante, detto il signor B, giunto finalmente a
destinazione, depositò i cesti per terra, nell'aia, davanti al
casolare e strinse la mano della signora Lidia, di Nicola,
marito di lei, ed infine di Angela.
Fazio era fuori per impegni, al lavoro, al pascolo, a tagliar
legna sui monti o per affari in pianura.
La stretta di mano tra Angela ed il signor B fu particolarmente
intensa, come se la mano di Angela fosse stata presa in una
morsa meccanica. Ma lei, malgrado n'avesse risentito della forte
pressione, non fece nessuna smorfia, anzi sembrò abbozzare un
sorriso di cortesia. «Benvenuto...». I suoi occhi erano
luccicanti. I suoi pensieri penetranti e coincidenti con quelli
del signor B, che squadrava Angela con desiderio appariscente
dal suo viso e dai suoi occhi espressivi.
«A volte penso che dovrei venir più spesso fin quassù, disse con
calore il signor B. «Vengo dal paese e dopo una notte non del
tutto tranquilla».
Lidia stava in piedi ad osservare gli sguardi che la figlia
scambiava con il signor B.
Nicola rimaneva poco distante, senza parlare.
«Vita solitària, vita inutile», disse Angela all'improvviso.
«Vita difficile, la mia», rispose il signor B.
«Tutto serve per lamentarsi», intervenne finalmente Nicola,
rivolgendosi direttamente alla figlia.
Angela avanzò, fino a strusciarsi con il suo petto sul braccio
destro del signor B.
Sottovoce: « Aiutami a venirne fuori».
I loro sguardi s'incrociarono in un desiderio senza fine. Tutto
il resto furono solo convenevoli,
eccetto un groviglio d'idee erotiche nelle rispettive teste.
Lidia, la madre di Angela percepì questo mutuo intendersi,
questa comunicazione di pensieri contrari alla morale, inculcata
e radicata nella povera gente e cercò di indirizzare
l'attenzione verso un altro argomento. «Cosa hai portato di
buono?».
Lidia cominciò a girare tra le mani la mercé messa a
disposizione del signor B, che con garbo ed accortezza
depositava, pezzo dopo pezzo, su di un tavolo grezzo di legno,
nello spiazzo, che serviva nel periodo estivo, protetto da un
pergolato, agli usi comuni di tavolo da cucina.
«Avrei bisogno di un bicchier ...».
Non finì di dire «...d'acqua» che già Angela era pronta con
orcio di terracotta ed un bicchiere ripieno, che il signor B
bevve con avidità, a causa della lunga camminata diurna.
Il padre, in distanza, rimasto escluso finora dalla
conversazione, si avvicinò al gruppetto, dando un'occhiata alle
sue donne. «Fatelo almeno accomodare», disse con riferimento
preciso a 1 signor B.
«C'è tempo, c'è tempo», rispose Angela, certa che la sosta si
sarebbe protratta per un bel tempo, « ma se vuole, può sedersi
anche adesso. Non si creerà dei problemi che non esistono».
Nicola, come la maggior parte dei montanari, perché cotto dal
sole o per l'esuberanza di vino genuino, aveva il viso
arrossato, su un corpo armonioso, vestito con pantaloni di
velluto grezzo a righe e camicia di cotone morbido, a tinta
unita, tendente al colore marrone, come i pantaloni. Sembrava
più una divisa che un vestito contadino.
Con il sole o con la pioggia non aveva mai portato cappello,
anche se Lidia gli raccomandava sempre di non esagerare troppo
perché il sole faceva brutti scherzi.
Il signor B per arrivare fin lassù aveva dovuto percorrere come
minimo quattro chilometri a piedi e ricordandosi della richiesta
che Nicola aveva rivolto alle donne perché lo facessero
accomodare: «Mi siedo. Quello che faccio in piedi posso farlo
anche seduto». Spostò una sedia verso di sé e sedette, senza
nessuna preoccupazione. E accanto a lui sedette subito anche
Angela, e le loro gambe cominciarono subito a sfregarsi, senza
paura di essere sorpresi, poiché l'attenzione dei genitori era
altrove diretta.
Se Angela rivedeva con desiderio il signor B per quella passione
morbosa che era scoppiata nel suo cuore, se alla madre non
dispiaceva rivederlo per il suo fare cortese e gentile, non era
neppure sgradito a Nicola, perché con lui si sorseggiava
volentieri in compagnia un buon bicchiere di vino.
Alzò il bicchiere non interamente ripieno, secondo gli usi dei
massai, i quali lo tenevano appunto più scarso di un centimetro
per rappresentare il bianco colletto dei preti ed essere di
augurio di poterne aver uno anche in casa loro: un sogno di
povera gente che desiderava migliorare la propria condizione
sociale con un prete in famiglia.
"Salute, salute a tutti" ed il signor B si scolò tutto di un
fiato un bicchiere di vino, a dire il vero, poco capiente, se si
pensa che per consumarne un litro ne occorrevano di sicuro
almeno dodici di quel tipo di bicchieri.
Angela, accorta, puntuale, riempiva i bicchieri appena svuotati:
era usanza non dover mai lasciare vuoto il bicchiere dell'ospite
finché questi non avesse detto basta.
Mezzolitro era già sparito: tre bicchieri al padre ed
altrettanti al- l'ovaiolo, tutto accompagnato da un
buon prosciutto e pane casareccio, che Nicola tagliava con un
coltello affilato da poco. Le donne non bevevano, non
mangiavano.
«E voi perché non ci fate compagnia?», disse il signor B
rivolgendosi sia alla signora Lidia che ad Angela.
Non era la prima volta che il signor B assaggiava di quel vino,
ma ogni volta, forse per far contento il padre di Angela, ne
decantava la bontà.
Ne approfittò anche questa volta, come le altre volte, per fare
una buona, sostanziosa colazione ed essere a posto fino a sera.
La prerogativa del signor B era quella di saper creare un
immediato, spontaneo rapporto preferenziale in fatto di
commercio, per cui non temeva concorrenti. E poi l'influenza di
Angela sui genitori diffìcilmente avrebbe potuto far sì che essi
comperassero da altri ambulanti, le cui visite, a dire il vero,
erano quasi irrilevanti e rarissime.
Il signor B fu come colto da improvvisa tristezza d'impotenza
che non sfuggì per nulla ad Angela. «Cosa c'è lì dentro?»,
domandò Angela, riferendosi ai cesti della mercanzia. Risposta
immediata del signor B, con riferimento ad Angela: «Un vero
tesoro».
Continuò:«Qui dentro», ed indicò il cuore,« no, voglio dire lì
dentro» ed indicò i cesti, «c'è tutto quello che vuoi. Basta
domandare e tutto verrà fuori come d'incanto».
«Forse, ti accompagnerò per un pezzo di strada».
Angela aspettava una reazione della madre che non venne, ma che
non voleva significare il suo consenso.
«Visuale incantevole», disse il signor B, dando uno sguardo
davanti a sé alla meravigliosa pianura che si stendeva dai piedi
della montagna fino al mare.
Pensò alla strada percorsa ed ai passi fatti per arrivare fin
lassù. Conosceva la strada a memoria e poteva percorrerla anche
di notte e senza luna. Sapeva sempre dove poggiare i piedi. I
pini della foresta erano i suoi segreti amici, sotto i quali
spesso si riposava ed ai quali il più delle volte confidava le
sue segrete ansie della sua esistenza e la lotta della sua
sopravvivenza. Tutto questo pensò in un attimo mentre il suo
sguardo si distendeva fino all'orizzonte.
Angela anche questa volta rimase sola, senza poter decidere né
del presente né del futuro con il signor B che lei vedeva
allontanarsi, riempiendole il cuore di amarezza.
«Non resta che aspettare, aspettare ancora, mentre il pensiero
mi debilita».
«Fuggirò con lui». Non si dava pace. Il suo fisso desiderio
cominciava a diventare non una pena d'amore, ma un vero
tormento, di giorno e di notte.
«La prossima volta». Erano speranze, non programmi.
I suoi vestiti, i suoi bei vestiti, regalati dalla mamma e
comperati direttamente, giacevano ammuffiti nei cassoni, in
attesa di una propizia occasione, una qualunque occasione.
Intanto il signor B si allontanava e Fazio, suo marito, era sui
monti...
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