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pensare alla specie umana per pensare al bene di tutti.

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mercoledì, 31 maggio 2006


Per continuare la riflessione verso il Convegno internazionale intervistiamo Sara Morace che ha scritto l'introduzione all'opuscolo che promuove il Convegno.


Nell'Introduzione scrivi che siamo "l'unica specie che sa pensare ma pensa ancora poco sé stessa". Ti chiedo perché, secondo te, la specie ha un pensiero insufficiente di sé stessa?
La specie ha difficoltà a pensarsi nel suo insieme, tende a identificarsi con gruppi ristretti: clan, famiglie, singole comunità, etnie etc. La specie umana ha il vizio di essere etnocentrica, di fare riferimento al gruppo di appartenenza in cui le persone nascono. Se questo può essere comprensibile come effetto negativo della coscienza elementare e rozza delle origini della specie, diventa inquietante con il procedere della vicenda umana: la specie ha continuato ad essere etnocentrica e tende ad esserlo anche ai giorni nostri. Come tutte le alte specie quella umana è unica e unitaria. Tutti gli umani vi appartengono: i contemporanei, coloro che ci hanno preceduto e coloro che ci seguiranno. Ma proprio perché la specie umana è differente qualitativamente da tutte le altre specie, anche le più prossime dal punto di vista filogenetico, perché dotata di coscienza (e tutto ciò che essa comporta), essa è capace di negare, oltre che di affermare, la propria stessa unicità e unitarietà. Quello che è un fatto, l'essere una specie unica e unitaria, può essere affermato o negato, e spesso la specie umana lo ha negato. Basti pensare appunto all'etnocentrismo, a considerare sé stessi "gli umani" e gli appartenenti ad altre comunità "non umani", o inferiori. Basti pensare appunto al razzismo. Dunque la specie può essere solo un "fatto pensato", come lo ha definito Dario Renzi, e pensarlo vuol dire sceglierlo, e sceglierlo vuol dire scegliere il bene di tutta la specie, il bene comune, e non il bene per sé e per i più prossimi che frequentemente non è il bene comune. La specie umana, ciascun individuo, può se lo vuole, fronteggiare la pigrizia e battere l'egoismo, scegliere attivamente il bene comune piuttosto che riperpetuare meccanicamente il male. Può e deve cioè imparare a pensarsi, riconoscendosi e identificandosi con la grande famiglia umana. La vicenda umana, soprattutto nelle rivoluzioni e nei grandi momenti di cambiamento e generosità che l'hanno attraversata, dimostra che ciò non solo è possibile ma estremamente benefico, ciò può permettere quella ricerca di felicità a cui ciascun essere umano anela. La specie umana pensa ancora poco sé stessa perché è disabituata a farlo, perché la sua coscienza è ancora arretrata e insufficiente, incostante, pigra. Ma può cambiare, ciascuno di noi può cambiare e sente in qualche modo il desiderio di farlo.
E cambiare vuol dire sottrarsi alla logica del sistema e degli Stati che fanno leva sull'etnocentrismo, sul razzismo, sui confini, sulla divisione, sull'idea di patria, sull'egoismo per mantenere il proprio nefasto potere sulle persone.
 

Nelle recenti domeniche formative che hai tenuto alla Casa della cultura, sul tema "Evoluzionismo, creazionismo e umanesimo" hai spiegato come i primi due approcci - con tutte le differenze che esistono anche al loro interno - sembrerebbero inconciliabilmente alternativi; ma lo sono veramente e, soprattutto, lo sono da un punto di vista umanista?
La specie umana non è il semplice prodotto dell'evoluzione. Certamente condividiamo con le altre specie viventi il processo evolutivo e siamo simili ed evolutivamente vicini alle grandi scimmie antropomorfe. Ma ci siamo affermati come specie non solo e non tanto per motivi evolutivi: questi sono stati fondamentali come pre-condizioni all'affermazione della specie umana, ma non ne sono la spiegazione. Senza posizione eretta, completa opposizione dei pollici, aumento della massa cerebrale etc. non ci sarebbe specie umana (anzi non ci sarebbe stato il processo di ominazione che ha visto sorgere svariate specie di ominidi, oggi scomparse). Ma l'Homo sapiens sapiens, cioè la specie a cui apparteniamo, non è la necessaria conseguenza di quelle pre-condizioni. È frutto di un processo di vera e propria autocreazione, la specie umana ha inventato sé stessa. Lo sviluppo di un nucleo coscienziale, che nelle specie a noi più vicine resta irrisolto, ha cambiato le carte in tavola, ha illuminato e presieduto, nutrendosene a sua volta, l'invenzione, l'astrazione, la rappresentazione, la simbolizzazione, il linguaggio articolato e tutto ciò che ci rende una specie qualitativamente diversa da quelle animali. La specie umana sceglie, continuamente. L'incidenza del fattore biologico-evolutivo, ovviamente presente, è molto ridotta.
Coloro che pretendono di spiegare la complessità della specie umana spezzettandola e prendendone solo una parte, coloro che pretendono di comprendere le scelte, i comportamenti e i sentimenti umani sulla base della biologia, soprattutto e principalmente della biologia, perpetrano un inganno non minore di quello delle religioni che affermano che siamo stati creati da un Dio.
Riduzionismo scientifico e creazionismo religioso, pur configgendo da secoli, coincidono nel sottrarre a noi umani la nostra principale creazione: quella di noi stessi come specie e come individui. Si dividono i compiti: la scienza si occupa del corpo, la religione dell'anima.
D'altro canto entrambe sono correnti del pensiero umano: siamo noi umani che abbiamo inventato la scienza (e un suo cattivo uso) e le religioni, che possiamo e dobbiamo criticarle, e cercare un approccio più adeguato ed utile a comprendere la nostra stessa natura, cioè la natura umana. Questo intendiamo per umanesimo, in estrema sintesi: un approccio umano all'umano.
 

Recentemente ha suscitato qualche scandalo la proposta di Zapatero di "includere gli antropoidi non umani in una comunità di eguali". Al Convegno internazionale sarai responsabile della mattinata su "Natura prima e natura umana" e ti vorrei chiedere, in relazione alla riflessione che ci hai offerto su evoluzionismo e creazionismo, come pensi si ponga il problema del rapporto tra specie umana e altre specie.
Il difetto di pensiero di noi stessi come specie si rifrange sul pensiero della natura prima di cui facciamo parte, anche se in modo speciale. Facciamo parte come umani della natura prima e al tempo stesso ce ne distacchiamo in quando dotati di una natura umana. Non siamo il centro della natura prima, che non ha bisogno di noi per esistere. Non siamo d'altro canto una specie animale, e fare confusione su questo non aiuta né la comprensione di noi stessi né quella delle altre specie. Trovo vergognoso che capi di Stato e di governo che si fanno forti della negazione della vita e della felicità di milioni di esseri umani, affamandoli, sfruttandoli, arrestandoli e sparando loro alle frontiere perché restino fuori dal sacro suolo dei loro nefasti Stati, che contribuiscono attivamente alla rapina distruttiva delle risorse naturali, osino discettare dei diritti degli scimpanzé. Il caso della Spagna poi è emblematico: nel Mediterraneo è forse il paese in cui più radicato è il massacro degli animali a scopo ricreativo (la corrida ma non solo).
Imparare a pensare le specie animali, e non solo quelle, deve significare in primo luogo riconoscere quanto poco sappiamo ancora. Non si possono pensare le altre specie applicando criteri validi per la specie umana (antropomorfizzazione) né si possono pensare gli umani attraverso criteri desunti dall'osservazione delle altre specie, errore comune e diffuso. La crudeltà e la sofferenza inutile provocata ad un animale è un atto grave di per sé, non perché il tale ricercatore ha misurato quanto la sua sofferenza è simile a quella che prova un essere umano. Le scimmie antropomorfe, così simili e così diverse da noi, non hanno bisogno di "diritti umani", ma del rispetto e della cura da parte degli umani che invece tutt'oggi le cacciano e distruggono il loro ambiente naturale. L'affronto di chiudere in una gabbia una scimmia antropomorfa non è maggiore di quello fatto ad una tigre, il cui areale in natura non è inferiore ai 50 chilometri quadrati. Non è una buona cosa scambiare la prossimità che sentiamo con alcune specie con l'ignoranza e il disprezzo per quelle che ci sono meno vicine.
Non si tratta di ragionare solo sulle specie che ci sono più prossime ma sulla natura prima nel suo insieme, e dei suoi frutti che ci permettono di nutrirci, per cercare consapevolmente una relazione che non sia di mera strumentalità e spoliazione, e nemmeno di adorazione estetizzante e falsa. Ci proveremo anche nel Convegno internazionale.


(Tratto da Lettera di Utopia socialista n. 83 del 1 maggio 2006)
Pensare alla specie umana per pensare al bene di tutti
di
Claudio Guidi intervista Sara Morace
 

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